IL NOME DELLA ROSA


[È la seconda volta che scrivo ai giovani. Non che abbia perso fiducia negli adulti, è solo che con voi si può ancora litigare senza sentirsi dire "ai miei tempi] 

A vent'anni vi dicono che dovete scegliere una squadra.

Se uno come Vannacci dice che il femminicidio non dovrebbe esistere come reato autonomo, o lo applaudite o lo massacrate. Sui social funziona così, a una parte i tifosi, dall'altra gli indignati. In mezzo sembra non esserci più spazio.

La mia generazione ha fatto la stessa cosa. Su altri temi, con altri nomi. Il meccanismo però non cambia mai.

Ed è proprio lì il trucco.

Vannacci sostiene che un omicidio sia un omicidio, indipendentemente dal sesso della vittima. Molti gli danno ragione. Molti altri lo considerano un'affermazione inaccettabile.

Prima di schierarci, però, facciamo una cosa rivoluzionaria...guardiamo i numeri.

Perché senza numeri resta soltanto propaganda. E di propaganda, da entrambe le parti, ne abbiamo già vista abbastanza.

Nel triennio 2023-2025 in Italia centinaia di donne sono state uccise in contesti familiari o affettivi. Nella maggioranza dei casi il responsabile non era uno sconosciuto incontrato per strada, ma un partner, un ex partner, un marito, un compagno. Persone che avrebbero dovuto proteggerle, non ucciderle.

Questo non significa che la vita di una donna valga più di quella di un uomo. Significa riconoscere un fenomeno che presenta caratteristiche ricorrenti e specifiche. I numeri mostrano uno schema che si ripete...controllo, possesso, violenza domestica, minacce, persecuzioni, escalation.

Non è un'opinione... è una realtà.

Fin qui la parte più semplice.

Ora arriva quella più scomoda.

Per anni giuristi, magistrati e studiosi hanno discusso se fosse necessario introdurre un reato autonomo di femminicidio oppure se fossero sufficienti le aggravanti già previste dall'ordinamento. Oggi il reato esiste. Il Parlamento ha fatto quella scelta.

Ma la domanda più importante resta un'altra.

Basta cambiare il codice penale per salvare delle vite?

Perché il punto decisivo non è come chiamiamo il reato.

Il punto è che troppe donne uccise avevano già chiesto aiuto.

Avevano denunciato.

Avevano segnalato minacce.

Avevano raccontato la propria paura.

Eppure spesso si sono ritrovate sole.

Se una donna arriva a dire: "Ho paura che mi faccia del male" o addirittura "Ho paura che mi uccida", il problema non è soltanto quale articolo del codice penale verrà applicato dopo. Il problema è cosa succede prima.

Quanto tempo passa tra la denuncia e l'intervento?

Quante risorse hanno i centri antiviolenza?

Quanti operatori, magistrati e forze dell'ordine sono messi nelle condizioni di intervenire rapidamente?

Quante segnalazioni vengono davvero prese sul serio?

È qui che il dibattito dovrebbe concentrarsi.

E qui dovrebbe arrivare la domanda che sentiamo troppo poco.

Non cosa ha detto Vannacci.

Non quale hashtag sia più efficace.

Non chi abbia vinto l'ultima guerra culturale sui social.

La domanda è: "cosa sta facendo il Governo, oggi, per impedire che la prossima donna che ha già denunciato venga uccisa?".

"Quanti centri antiviolenza sono stati finanziati?"

"Quante assunzioni sono state fatte?"

"Quanto si sono ridotti i tempi di intervento?"

"Quante situazioni ad alto rischio vengono monitorate?"

"Quali risultati concreti stanno producendo le misure adottate?"

Perché un Governo non si giudica dalle dichiarazioni che rilascia DOPO un femminicidio.

Si giudica da quanti femminicidi riesce a impedire PRIMA che accadano.

E invece continuiamo a cadere nella stessa trappola.

Qualcuno lancia una frase destinata a dividere il Paese. I social esplodono. I giornali inseguono la polemica. La discussione si trasforma in una guerra di simboli. Per giorni si parla di parole, definizioni, slogan.

Poi tutto passa.

Le donne che vivono situazioni di rischio, invece, restano lì.

Con le stesse paure.

Con gli stessi ritardi.

Con gli stessi vuoti.

Non serve essere di destra o di sinistra per capirlo.

Non serve amare o odiare Vannacci.

Serve una domanda molto più semplice e molto più seria:
"quante vite riusciamo a salvare prima che sia troppo tardi?"

Perché alla fine la questione non è vincere una battaglia culturale su un hashtag o su una definizione giuridica.

La questione è impedire che una persona che ha già chiesto aiuto venga lasciata sola fino al giorno in cui finisce sulle pagine di cronaca.

Il sistema che abbiamo costruito non sta funzionando abbastanza bene. E i numeri ce lo ricordano ogni anno.

Possiamo continuare a discutere delle parole.

Oppure possiamo iniziare a pretendere risultati.

Chiamatelo come volete.

Ma fatelo smettere.

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