L'ESERCITO DEI POVERI
In Italia circa sei milioni di persone vivono in povertà assoluta. I salari reali arrancano da anni. La ricchezza si concentra sempre di più nelle mani di pochi. Eppure, ogni volta che qualcuno osa pronunciare le parole "tassazione dei grandi patrimoni", succede qualcosa di straordinario.
Si materializza il Corpo Speciale Difesa Multimiliardari.
Un esercito vastissimo, generoso, instancabile. Composto quasi esclusivamente da persone che multimiliardarie non sono. Né lo saranno. Né hanno particolari possibilità statistiche di diventarlo.
Li trovi ovunque. Al bar. Sui social. Nelle chat di famiglia. Gente che a fine mese fa slalom tra bollette e conto corrente, ma trova comunque il tempo e l'energia per spiegarti che tassare patrimoni da decine di milioni sarebbe un attentato alla libertà.
Quale libertà, precisamente, non è sempre chiarissimo.
Ma il fervore è autentico.
La scena è commovente. Un lavoratore precario che difende il diritto inviolabile di un erede a trasmettere cento milioni ai figli senza particolari fastidi fiscali. Un affittuario che protegge con ardore il patrimonio immobiliare di chi possiede trenta appartamenti. Un dipendente che non riesce a ottenere un aumento da anni ma si preoccupa della serenità finanziaria di chi vive di rendita.
Volontariato civico allo stato puro.
Naturalmente esistono argomenti seri contro una patrimoniale. Si può sostenere che sia inefficiente, che favorisca la fuga di capitali, che lo Stato sprechi risorse, che il problema non sia tassare di più ma spendere meglio. Sono discussioni legittime.
Ma non sono queste che si sentono più spesso.
Più spesso si sente raccontare una favola meravigliosa: il ricco è ricco perché ha lavorato più di tutti; il povero è povero perché non si è impegnato abbastanza.
Peccato che la realtà sia meno cinematografica.
Una quota enorme delle grandi ricchezze deriva da patrimoni trasmessi tra generazioni. Nessuno scandalo: ereditare è perfettamente legale. Ma trasformare ogni erede in un eroe dell'imprenditoria epica richiede una certa fantasia narrativa.
È come vincere alla lotteria e poi pubblicare un manuale intitolato Come ho costruito il mio successo con disciplina e sacrificio.
La vera forza di questa storia non è economica. È psicologica.
Molti non difendono i grandi patrimoni perché ne possiedono uno. Li difendono perché immaginano, o sperano, di possederlo un giorno. Una forma di ottimismo che meriterebbe studi approfonditi.
È un po' come prenotare il tavolo in un ristorante stellato perché si è convinti che prima o poi arriverà la chiamata del Real Madrid.
Può succedere.
In teoria.
Nel frattempo, però, i dati restano lì, ostinati e poco collaborativi: la ricchezza continua a concentrarsi, la mobilità sociale resta limitata e milioni di persone continuano a lavorare senza riuscire ad accumulare patrimoni significativi.
Eppure il dibattito pubblico riesce spesso nel miracolo di trasformare una discussione sulla distribuzione della ricchezza in una crociata per la difesa dei privilegi acquisiti.
Un capolavoro culturale.
Perché convincere i ricchi a difendere i propri interessi è normale. Convincere i poveri a farlo gratis è un risultato che sfiora l'arte.
E non serve essere marxisti, liberali, conservatori o socialdemocratici per notarlo.
Basta saper distinguere un estratto conto da una favola.
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