VERGOGNA MONDIALE
La scena basterebbe da sola. La nazionale del Senegal scende dall’aereo, giocatori professionisti, convocati da una federazione mondiale, con documenti in regola, e prima ancora di entrare in aeroporto viene fermata sulla pista. Scarpe tolte. Borse rovesciate. Trattati da sospetti, non da ospiti, non da atleti. È successo negli Stati Uniti, il paese che si è candidato per ospitare il Mondiale 2026 con anni di lobbying e miliardi investiti nell’immagine. Ospitare non è solo costruire stadi e vendere diritti TV. Significa dire al mondo “venite, siete i benvenuti”. Gli USA evidentemente hanno saltato quella parte.
L’Uzbekistan, al suo primo Mondiale, è stato fatto entrare nello stadio solo dopo l’ispezione con i cani antidroga. I cani. Per una nazionale di calcio. L’Iran è stato costretto a tenere il ritiro a Tijuana. I giocatori potranno attraversare il confine solo il giorno della partita, come braccianti stagionali, non come una squadra invitata dalla FIFA. Sembrano episodi isolati fino a che non conosci la storia di Hussein, attaccante dell’Iraq. Trattenuto e interrogato a Chicago per sette ore, nonostante accredito e visto regolari. Sette ore seduto in una saletta, a spiegare chi è e perché è lì, mentre i compagni lo aspettavano.
Ma il caso che dovrebbe mettere tutti in imbarazzo è quello di Omar Artan, arbitro somalo, uno dei migliori in Africa, ufficialmente designato dalla FIFA... visto negato. La FIFA, che firma contratti miliardari e parla di inclusione globale, è rimasta in silenzio. Perché i soldi americani pesano più della dignità di un arbitro africano.
C’è poi l’ironia delle poche prenotazioni verso gli USA che puntava a incassare 17 miliardi di dollari. Invece, già a maggio, Forbes documentava il calo dei prezzi degli hotel, meno tifosi stranieri, meno presenze. Forse non sorprende, ma quando sapete che una nazionale viene perquisita sulla pista d’atterraggio, che un arbitro non riesce ad entrare e che un giocatore viene interrogato per ore, viene voglia di non prenotare il volo. La reputazione si costruisce in anni e si distrugge in una stagione.
Ma ecco la cosa peggiore... quando il Mondiale era in Qatar, tutti... giornalisti, opinionisti, calciatori, federazioni, alzavano la voce per i diritti dei lavoratori, per la discriminazione, per l’etica. Giustamente. Ma oggi, con gli Stati Uniti che perquisiscono nazionali, negano visti e costringono le squadre a dormire in Messico, il silenzio è assordante. Nessun editoriale indignato, nessun simbolo di protesta, nessuna federazione europea che alza la voce. Il metro non è lo stesso per tutti. Questa doppia morale, più della singola ingiustizia, è lo scandalo vero.
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