IL CANTO CHE SA TUTTO DI NOI
Dopo aver visto L'Odissea di Christopher Nolan, mi è rimasta una riflessione.
Alcuni film finiscono con i titoli di coda. Altri continuano a lavorare dentro di noi.
Mi è rimasta una domanda. E se la conoscenza non fosse una via di fuga, ma la fine di ogni fuga?
Ci hanno insegnato che conoscere se stessi significa diventare liberi. Eppure forse esistono verità che non aprono porte...le chiudono.
Le sirene non uccidono gli uomini dicendo loro qualcosa che ignorano. Li uccidono dicendo ciò che già sanno. Non rivelano una verità nuova. Impediscono di continuare a fingere di non conoscerla.
Forse il dolore più grande non nasce dalla scoperta di essere diversi da ciò che credevamo. Nasce dalla scoperta di essere esattamente ciò che temevamo.
Ulisse attraversa guerre, mari e divinità. Ma nessun mostro è più terribile di una verità dalla quale non possiamo più fuggire. Forse il vero canto delle sirene è la nostra stessa voce che, dopo anni di silenzio, ci dice finalmente ciò che abbiamo passato la vita a non voler sentire...la nostra COSCIENZA.
Ma la coscienza ha due voci.
C'è la coscienza-sirena... quella che canta e basta, che ti mostra chi sei e ti lascia lì, da solo, con la corrente che ti trascina verso gli scogli. È la verità senza rifugio. È quello che sentiamo nelle notti in cui nessuno ci ascolta, la voce che sa esattamente dove colpire, perché quel punto lo conosce da sempre...siamo noi stessi.
E poi c'è la coscienza-confessore...la stessa voce, la stessa verità nuda, ma detta in presenza di qualcuno. Non per essere assolti da ciò che siamo [non serve assoluzione per un fatto] ma per non restarci soli dentro. Il prete non toglie la verità. Toglie l'isolamento che la rende letale. Ed è forse questa la differenza tra affondare e sopravvivere...non il contenuto di ciò che sappiamo di noi, ma se lo sappiamo da soli o davanti a qualcuno.
Ulisse lega se stesso all'albero prima di ascoltare. Non si tappa le orecchie, vuole sentire tutto. Ma si assicura che qualcun altro sia lì, sordo alla stessa voce, a tenerlo fermo mentre la verità lo attraversa.
Forse è questo il vero gesto...non evitare il canto, ma non ascoltarlo mai completamente soli. Le corde non sono una prigione. Sono la presenza di qualcun altro nel momento in cui la coscienza dice ciò che temevamo di sapere.
E l'intimità, allora, si ribalta di nuovo. Sì, ogni verità affidata è un'arma, questo resta vero, ma è anche l'unica cosa che trasforma la sirena in confessore. Senza testimone, ogni verità su noi stessi ci uccide. Con un testimone, uno solo, a volte basta uno solo, la stessa identica verità diventa qualcosa che si può attraversare.
E allora forse la domanda non è più "possiamo fuggire dalla verità?". È "quando arriva, chi c'è a tenerci le corde?".
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