INVESTIRE IN INTEGRAZIONE
Partiamo dai numeri, perché sono loro a spiegare meglio di ogni slogan perché continuare a chiamare l'immigrazione solo una voce di costo sia un errore contabile prima ancora che politico. Oggi l'Italia destina ogni anno oltre un miliardo di euro al sistema di accoglienza. Al 31 dicembre 2025 le persone accolte erano 142.233, distribuite tra hotspot, CAS e rete SAI. La spesa si aggira intorno ai 35 euro al giorno per persona nella prima accoglienza, con importi analoghi o superiori nella seconda. È una spesa enorme che però produce risultati limitati, perché quei fondi coprono soprattutto vitto, alloggio e servizi essenziali, mentre investono ancora troppo poco nella formazione linguistica, nella qualificazione professionale, nell'inserimento lavorativo e nell'autonomia abitativa. È denaro speso per la pura sussistenza, l'equivalente di pagare l'affitto di un capannone vuoto invece di acquistare l'immobile.
Aumentare gli investimenti per alcuni anni e destinarli alla formazione, all'accompagnamento al lavoro e a soluzioni abitative più efficaci significa trasformare una spesa corrente in un investimento. Parliamo di un investimento dell'ordine di qualche migliaio di euro per persona, sufficiente a costruire un percorso di integrazione reale. È la stessa logica dell'ammortamento. Si sostiene un costo iniziale più elevato per costruire un'infrastruttura umana fatta di lingua, competenze, casa e lavoro regolare.
Da quel momento la persona smette progressivamente di essere un costo netto e diventa un contribuente. Produce reddito imponibile, versa contributi previdenziali, consuma e genera gettito IVA, spesso in settori come agricoltura, edilizia e assistenza, dove la carenza di manodopera è ormai strutturale. La letteratura economica dell'OCSE e della Banca d'Italia mostra che gli effetti fiscali dell'immigrazione dipendono soprattutto dall'integrazione nel mercato del lavoro e tendono a migliorare nel tempo quando questa ha successo.
Anche un calcolo approssimativo rende l'idea. Se si ipotizza un investimento aggiuntivo di circa 7.000-8.000 euro per persona distribuito nell'arco di tre anni, per le 142.233 persone accolte si ottiene un impegno complessivo di circa uno-un miliardo e duecento milioni di euro. È una cifra significativa solo se la si osserva isolatamente. Il confronto corretto, invece, è con il costo di lasciare le stesse persone inattive per anni, tra maggiore ricorso ai servizi pubblici, diffusione del lavoro sommerso, marginalità sociale e un capitale umano che invece di produrre valore si deteriora.
Chi invoca la remigrazione come alternativa a tutto questo propone una scorciatoia che non regge né sul piano economico né su quello giuridico. Espellere chi ha già acquisito la cittadinanza italiana o è nato in Italia richiederebbe profonde modifiche costituzionali e una revisione degli obblighi internazionali assunti dal Paese, uno scenario oggi estremamente improbabile. Resta il rimpatrio di chi non ha titolo di soggiorno, misura già prevista dall'ordinamento e perfettamente compatibile con una politica di integrazione efficace. Un sistema che investe seriamente su chi ha diritto a restare libera risorse economiche e amministrative, rendendo più credibile ed efficace anche il rimpatrio di chi quel diritto non possiede.
Il vero spreco non è investire nell'integrazione. È continuare a spendere oltre un miliardo di euro ogni anno senza costruire le condizioni perché quella spesa produca un ritorno economico e sociale per l'intera collettività.
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