LA LOGICA DELLO SPECCHIO
Ogni volta che un fanatico compie una strage sembra ripetersi lo stesso copione. Se l'attentatore è islamista, una parte del dibattito pubblico chiama in causa il multiculturalismo, la sinistra accusata di essere troppo indulgente, un intero sistema di valori giudicato colpevole per procura. Se l'attentatore è di estrema destra il meccanismo si ribalta, e tocca al clima discorsivo sull'invasione e sulla sostituzione etnica, alla celebrazione dell'attentatore nei circoli identitari, alle ambiguità sui diritti civili.
Il caso di Luca Traini, che nel 2018 a Macerata ferì sei persone di origine africana dopo essere stato coinvolto in ambienti identitari, mostra che lo schema può essere applicato in entrambe le direzioni con la stessa struttura logica. E qui si apre il problema vero, che non è tanto se lo schema sia applicabile simmetricamente, ma se applicarlo, in una direzione o nell'altra, porti a qualcosa di utile oppure solo a un'escalation.
La generalizzazione politica funziona attraverso una selezione motivata dei fatti. Si nota e si amplifica la violenza commessa dal campo avversario, trattandola come rappresentativa di un'intera area culturale o politica, mentre la violenza compiuta dal proprio campo viene isolata, trattata come un caso individuale, un pazzo, un'eccezione che non dice nulla sul resto. Questo doppio standard non resta invisibile a lungo. L'altro schieramento lo nota e risponde nello stesso modo, con la propria generalizzazione speculare, e nasce così un circolo di conferma in cui ciascuna generalizzazione serve da prova retorica dell'altra, senza che nessuna delle due venga mai verificata sui dati. Non si discute più di cosa sia realmente accaduto, ma di quale narrazione tribale l'episodio confermi meglio.
Il risultato non è equilibrio, è erosione. C'è meno spazio per le posizioni intermedie, meno tolleranza per chi ammette responsabilità parziali all'interno del proprio campo, percepito ormai come un tradimento, e cresce l'incapacità di valutare i fatti caso per caso invece che attraverso lenti di appartenenza.
Si potrebbe pensare che, se lo strumento della colpa collettiva viene usato contro un campo, sia legittimo per coerenza usarlo anche contro l'altro. È un argomento di coerenza retorica, non privo di forza, perché chi condanna un'intera area culturale per il gesto di un singolo non può poi rifiutare la stessa logica quando il bersaglio cambia. Ma la coerenza nell'errore resta un errore. Rispondere a una generalizzazione fallace con un'altra generalizzazione fallace non produce verità, produce solo due fallacie che si specchiano. Le forme di violenza politica, oltretutto, non sono equivalenti per frequenza, organizzazione o letalità, e appiattire le differenze in nome della simmetria retorica cancella dati che contano. La responsabilità andrebbe valutata caso per caso, osservando se la leadership di un'area condanna esplicitamente la violenza ai margini del proprio campo, invece di presumere una complicità automatica su base identitaria.
Il vero costo di questo meccanismo non è solo argomentativo. Produce un'opinione pubblica strutturalmente meno capace di pensiero critico, abituata a interpretare ogni fatto di cronaca come una mossa in una partita tra schieramenti invece che come un evento da capire nella sua specificità. Più il dibattito si polarizza in blocchi contrapposti, più cresce la domanda di conferma e diminuisce quella di comprensione.
La conclusione più coerente, allora, non è estendere la logica della colpa collettiva anche al campo che ne era stato risparmiato, ma smettere di usarla del tutto. Non perché renda innocente nessuno, ma perché ogni sua applicazione, in qualunque direzione, allontana il dibattito pubblico dai fatti e lo avvicina all'identità, a chi appartieni piuttosto che a cosa è successo davvero.
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