L'ANELLO DI GIGE
Nel 2006, in un dipartimento universitario britannico, Melissa Bateson appende sopra una cassetta dell'onestà, quella accanto alla macchina del caffè, dove ognuno paga quanto vuole senza controlli, un'immagine diversa ogni settimana. Una settimana fiori. La settimana dopo un paio d'occhi, fotocopiati, finti, un pezzo di carta. Nelle settimane con gli occhi la gente pagava quasi tre volte tanto. Nessuno li stava guardando davvero. Lo sapevano tutti che non c'era nessuno. È bastata la forma di uno sguardo. Questo esperimento, con tutti i suoi limiti, non ha mai replicato in modo consistente su campioni più larghi e va trattato come suggestivo più che dimostrativo, sembra confermare in laboratorio qualcosa che un pensatore greco aveva già capito duemilaquattrocento anni prima, senza bisogno di cassette o statistiche.
Nel secondo libro della Repubblica, Glaucone, fratello di Platone, non accetta che Socrate parli della giustizia come se fosse un bene in sé, desiderabile per quello che è. Per smontarlo racconta una storia. C'era un pastore, Gige. Un terremoto apre una voragine nel terreno, lui scende e trova un cadavere con un anello d'oro al dito. Se lo prende. Scopre che girando il castone diventa invisibile. Quello che succede dopo è la parte che di solito si tralascia. Gige si fa mandare a corte, seduce la regina, uccide il re, prende il trono. Nell'ordine. Non ci mette anni, ci mette il tempo di capire che nessuno lo sta guardando. Ed è qui che Glaucone chiude la trappola. Dai quell'anello a un uomo giusto e a uno ingiusto, dice, e faranno esattamente le stesse cose. Non siamo giusti per scelta. Siamo giusti perché non abbiamo alternativa, perché qualcuno ci guarda sempre, o potrebbe guardarci. La virtù, in questa lettura, è una tassa che paghiamo per vivere in mezzo agli altri, non una qualità dell'anima.
L'anello di Gige non è rimasto un esperimento mentale. Esiste. Lo usiamo tutti i giorni e ha un nome preciso, l'account anonimo. È l'esperimento che Platone poteva solo immaginare, e noi l'abbiamo condotto su scala planetaria per vent'anni. I risultati sono lì, nei commenti di qualsiasi piattaforma che permetta di parlare senza volto.
Socrate, però, una risposta ce l'ha. Dice che l'uomo giusto non userebbe quell'anello, perché l'ingiustizia disordina l'anima, e un'anima in disordine è infelice a prescindere da chi la guarda. Essere ingiusti fa male anche se la si fa franca, il danno non è nella punizione esterna, ma nella struttura interna di chi commette il male. Duemilaquattrocento anni dopo questa risposta continua a sembrarci debole. Il motivo, credo, è uno solo. Vogliamo un premio. Ci hanno insegnato che il bene deve rendere, e se non rende in modo visibile, se non produce un beneficio misurabile, un sollievo, una ricompensa, non ci convince davvero.
Dostoevskij a Socrate ci credeva, e per dimostrarlo ha scritto circa seicento pagine, Delitto e Castigo. È letteralmente la storia di Gige, un uomo che si convince di essere al di sopra della legge, che elabora una teoria per cui certi individui straordinari hanno il diritto di infrangere le regole morali ordinarie. Raskolnikov commette il delitto perfetto. Nessuno lo sospetta. E crolla lo stesso. Ma vale la pena essere precisi sul perché crolla, perché è qui che la storia diventa più interessante, e più fragile come prova, di quanto sembri a prima vista. Raskolnikov non crolla per un vago disagio metafisico legato all'ingiustizia in sé. Crolla perché la sua teoria era falsa rispetto a chi lui era realmente. Si era convinto di essere un uomo straordinario, un Napoleone, scopre di non esserlo, e la sua coscienza non si lascia riscrivere solo perché lui aveva deciso a tavolino di essere al di sopra della morale comune. L'invisibilità lo chiude fuori dal mondo, non può più parlare con nessuno di ciò che sa, e finisce per non poter vivere in un mondo dove è l'unico a sapere una cosa. La confessione è l'unico modo che ha per tornare a esistere tra gli altri.
Questo importa perché rende la conclusione più fragile di come suona a un primo ascolto. Se il crollo di Raskolnikov dimostrasse la tesi di Socrate in generale, dovremmo aspettarci che chiunque commetta un atto ingiusto e impunito crolli allo stesso modo. Ma la storia reale, non quella letteraria, non conferma questo schema in modo universale, al di là dei casi di psicopatia clinica esistono persone moralmente ordinarie che hanno agito senza testimoni, senza mai essere scoperte, e non sono crollate affatto. Dostoevskij non dimostra la tesi di Socrate contro questi casi. Scrive un caso, potentissimo, ma un caso, non una legge psicologica universale. La domanda che Platone lascia effettivamente aperta nel libro secondo, e a cui prova a rispondere solo molto più avanti, nel libro decimo, con il mito escatologico del giudizio dopo la morte, è se l'anima disordinata di un ingiusto smette, col tempo, di sentirsi disordinata, se l'atto smette di costare, cosa resta della tesi. La risposta di Platone, alla fine, sposta lo sguardo fuori dalla storia umana, nell'aldilà. Anche lui, in un certo senso, ha bisogno di un testimone.
Resta allora una domanda che non è tanto cosa faresti con l'anello, perché l'anello, in una forma o nell'altra, lo hai già indossato. Quella volta che nessuno ti ha visto, che nessuno avrebbe mai saputo, che potevi comportarti come volevi senza conseguenze, è successo, più di una volta, a chiunque legga queste righe. La statura morale di una persona non sta tanto in ciò che fa davanti agli altri. Sta lì, in quei momenti senza sguardo. Perché tu sei l'unico testimone di quei momenti, e l'unico testimone di quei momenti non può deporre, perché il testimone sei tu.
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