RAZZISTI TOUT-COURT


È una frase che si sente continuamente quando si parla di immigrazione."I musulmani vogliono imporre la loro religione". 

La sentiamo in televisione, sui social, nei comizi politici.L'idea è questa: noi viviamo in una società libera, mentre l'Islam vorrebbe cambiare le nostre regole, le nostre abitudini e perfino i nostri valori.Ma fermiamoci un attimo. E se, nel tentativo di impedire ai musulmani di imporre la loro religione...fossimo noi a imporre a loro come viverla?Attenzione, questo non significa dire che non esistano problemi. Esistono casi di estremismo. Esistono difficoltà di integrazione. Esistono persone che usano la religione per giustificare idee incompatibili con uno Stato democratico.Tutto vero. Ma scagli la prima pietra la religione che non ha, nella sua storia o nelle sue frange, queste stesse potenzialità.Questi problemi, però, riguardano chi non rispetta le leggi. Qui stiamo parlando di altro. Stiamo parlando di chi vuole semplicemente pregare, costruire un luogo di culto o indossare un simbolo religioso senza violare alcuna legge. Ed è qui che il discorso cambia.Pensateci. Quante volte avete sentito dire..."Se vengono qui, devono adattarsi alle nostre regole"?

Ma cosa significa davvero? Rispettare la legge, o rinunciare a essere musulmani? Perché in Italia costruire una moschea è spesso molto più complicato che costruire altri luoghi di culto. In tante città le comunità islamiche finiscono a pregare in garage, magazzini o capannoni, semplicemente perché non hanno alternative. Poi ci sono le polemiche sul velo. Sul burkini. Sui minareti. Sulle preghiere. Quasi ogni manifestazione pubblica dell'Islam diventa motivo di discussione.

E allora ecco servito il paradosso. Da una parte diciamo di avere paura che l'Islam imponga la propria religione. Dall'altra siamo noi a decidere dove un musulmano può pregare, quali simboli può indossare, quali luoghi di culto può costruire.In pratica diciamo "Non dovete imporre la vostra religione". Ma subito dopo aggiungiamo "Però vi diciamo noi come dovete praticarla". Uno Stato laico deve avere regole uguali per tutti. Su questo non ci sono dubbi. Ma la laicità non significa chiedere a una religione di diventare invisibile. Significa permettere a tutti di vivere la propria fede nel rispetto delle stesse leggi. Altrimenti non stiamo difendendo la libertà religiosa...stiamo decidendo quale religione può essere visibile e quale deve dare il minor fastidio possibile. E qui arriva la domanda scomodissima...siamo davvero sicuri che il problema sia il comportamento dei musulmani? O il problema è semplicemente che siano loro, a prescindere?

Proviamo a metterla alla prova. Non con un'ipotesi, ma con dei fatti. Pensiamo alle comunità cristiane di origine africana, bangladese o sudamericana presenti in Italia. Stessa fede, spesso la nostra. Nessuna sharia, nessun sistema di valori concorrente, nessuna moschea contestata. Eppure la diffidenza, lo sguardo sospetto, l'esclusione ci sono comunque. Cambia la religione, ma il pregiudizio resta identico.

Pensiamo poi, all'opposto, alla comunità cinese. A Prato, per esempio, dove è numerosissima, culturalmente compatta, visibile in interi quartieri, con simboli e usanze ben distinti dai nostri, e con problemi reali e documentati, come il riciclaggio di denaro in alcuni settori. Eppure nessuno la accusa di voler sostituire la nostra cultura. Nessun comizio chiede "regole" per contenerla.

E infine pensiamo ai ragazzi italiani di seconda generazione, o adottati da famiglie italiane. Nati qui, cresciuti qui, cristiani, di lingua e cultura italiana in tutto e per tutto. Eppure anche a loro, in certi contesti politici, viene messa in dubbio l'appartenenza. Non per quello che credono o che fanno, ma per come appaiono.

Messi insieme, questi tre casi raccontano qualcosa di più preciso del semplice "è religione o è razzismo".

Raccontano che lo strato di base, quello che quasi sempre determina chi viene guardato con sospetto, è l'estraneità percepita... il colore della pelle, i tratti, il non sembrare "di qui". È questo che spiega perché un cristiano nero possa essere discriminato quanto un musulmano, e perché un ragazzo italiano al cento per cento possa comunque sentirsi dire che non lo è abbastanza.

E raccontano anche che questo strato di base, da solo, non spiega tutto, perché altrimenti la comunità cinese, altrettanto "altra" per aspetto, numeri e visibilità, dovrebbe generare lo stesso allarme identitario che genera l'Islam. E invece non è così.

La differenza, allora, è che sull'Islam si è costruita, negli ultimi decenni, una narrazione in più...quella di un sistema religioso letto come potenziale sistema normativo alternativo, capace di competere con le nostre leggi, alimentata da terrorismo, conflitti internazionali, retorica sulla natalità e sulla "sostituzione". Una narrazione che i cinesi, per ragioni storiche e geopolitiche diverse, semplicemente non hanno addosso.

Quindi forse la risposta più onesta non è scegliere tra razzismo e paura religiosa, ma riconoscere che si sommano. Un pregiudizio etnico di fondo, quasi sempre presente verso chi non viene percepito come "di qui", a cui si aggiunge, quando la religione è visibile e disponibile come bersaglio, un moltiplicatore specifico fatto di velo, moschee, minareti, sharia.

Non ci spaventa solo quello che fanno. Ci spaventa, prima di tutto, chi sono, o come appaiono. E quando quello che fanno è anche religiosamente diverso, la paura trova solo un argomento in più per giustificarsi

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