TRASFERIMENTO DI POVERTÀ
L'idea della cosiddetta "remigrazione degli italiani indigenti" esposta durante la trasmissione IN ONDA su La7, sembra poggiare su una logica paradossale. Si propone di individuare cittadini italiani residenti all'estero, spesso in Paesi come Argentina o Venezuela colpiti da gravi crisi economiche, e favorirne il trasferimento in Italia per colmare la carenza di manodopera. Ma, se le opportunità offerte consistono prevalentemente in lavori poco qualificati, precari e scarsamente retribuiti, il rischio è che il problema della povertà non venga risolto, bensì semplicemente trasferito da un Paese all'altro. La cittadinanza italiana, da sola, non modifica il livello dei salari né le condizioni del mercato del lavoro.
Esiste inoltre un tema legato alla vulnerabilità sociale. Chi vive in condizioni di grave difficoltà economica dispone spesso di minori possibilità di scegliere, negoziare o rifiutare offerte di lavoro sfavorevoli. Se una politica migratoria selezionasse proprio le persone più indigenti perché maggiormente disponibili ad accettare qualsiasi impiego, potrebbe finire per alimentare un segmento di lavoratori particolarmente esposto allo sfruttamento. In questo scenario, cambierebbe il passaporto dei lavoratori, ma non necessariamente la dinamica economica che li rende vulnerabili.
Anche dal punto di vista pratico emergono interrogativi. Famiglie provenienti da situazioni di forte disagio possono avere necessità che vanno ben oltre l'inserimento lavorativo...accesso all'abitazione, assistenza sanitaria, istruzione per i figli, percorsi di formazione e integrazione. Tutti questi interventi richiedono risorse pubbliche e una programmazione di lungo periodo. Per questo sarebbe opportuno accompagnare qualsiasi proposta con una valutazione trasparente dei costi e dei benefici, soprattutto se l'obiettivo è incidere su una carenza di lavoratori che riguarda centinaia di migliaia di posti "resi liberi" dall'altra faccia della proposta...la remigrazione degli stranieri ai loro Paesi. [Insomma, risorse per remigrare chi sta qui, anche i regolari e risorse per remigrare in Italia i connazionali indigenti all'estero, sembra conveniente, un ottimo programma di investimento dei soldi pubblici].
Va considerata, inoltro, anche la prospettiva delle nuove generazioni. Molti giovani con cittadinanza italiana cresciuti in Sud America potrebbero vedere l'Italia non come destinazione definitiva, ma come una porta d'accesso al mercato del lavoro europeo. Una volta acquisita stabilità e competenze, potrebbero scegliere di trasferirsi in altri Paesi dell'Unione dove le retribuzioni sono più elevate. Se ciò avvenisse su larga scala, l'investimento pubblico effettuato per favorire il rientro produrrebbe benefici limitati per il sistema economico italiano.
In definitiva, la questione centrale non riguarda il passaporto, ma la qualità del lavoro. Se i salari rimangono bassi e le condizioni occupazionali poco attrattive, sostituire una categoria di lavoratori con un'altra difficilmente affronta le cause strutturali della carenza di manodopera. Una politica efficace dovrebbe concentrarsi soprattutto sul miglioramento delle condizioni di lavoro e della produttività, indipendentemente dalla nazionalità o dall'origine dei lavoratori coinvolti, ma questo nuocerebbe gravemente alla retorica elettorale.
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