CEUTA, GATE B12

La lettera firmata da Italia e Danimarca, e sottoscritta da altri ventuno governi europei, nasce sull'onda della crisi di Ceuta e della sentenza spagnola sull'asilo, e si presenta come un grido d'allarme contro i trafficanti, chiedendo più controlli, rimpatri efficaci e un Frontex più muscolare. Viene quasi da applaudire l'ingegno di chi immagina eserciti di disperati che si mettono ordinatamente in fila al gate B12 dell'aeroporto di Ceuta, mostrando il passaporto biometrico, oppure che salgono con calma sul traghetto Tangeri Algeciras con il biglietto stampato e il posto assegnato; perché a sentire certi comunicati sembra che il problema sia proprio questo, controlli portuali e aeroportuali troppo permissivi, quando la realtà è che quei varchi sono blindati fino all'inverosimile, e infatti nessun migrante li attraversa mai, semplicemente perché non può. E allora la soluzione geniale è annunciare ancora più controlli su porte che sono già chiuse a chiave doppia, un po' come sprangare ulteriormente una cassaforte vuota mentre il ladro passa dalla finestra sul retro che nessuno si è mai preoccupato di chiudere.

Il paradosso più delizioso però arriva dalla Spagna, che proprio in questi mesi ha regolarizzato circa cinquecentomila persone, in gran parte di origine sudamericana, e qui la coerenza della destra di governo italiana meriterebbe un premio alla sceneggiatura, perché fino a ieri lo stesso mondo politico ripeteva che i migranti sudamericani sarebbero stati culturalmente compatibili, cristiani, occidentali, quasi europei d'importazione, insomma gli immigrati "giusti" da preferire a quelli percepiti come troppo diversi. Oggi che la Spagna li regolarizza davvero in massa, invece di applaudire la coerenza tra parole e fatti, si firma una lettera per lamentarsi genericamente di troppa immigrazione, come se il problema non fosse mai la provenienza ma sempre e comunque il numero, salvo poi tornare a parlare di provenienza ogni volta che fa comodo.

Viene il sospetto che la vera preoccupazione non sia la compatibilità culturale, né la sicurezza dei porti, né l'efficienza dei controlli, ma semplicemente l'esistenza in sé di chi arriva, qualunque sia la sua carta d'identità, la sua religione o il suo passaporto; e che tutto il resto, i cristiani sì gli islamici no, i sudamericani sì gli africani no, sia soltanto un vestito buono da indossare a seconda della convenienza del momento.

Nel frattempo la lettera continua a evocare i famosi fattori di attrazione, quella misteriosa forza magnetica che spingerebbe la gente verso l'Europa come falene verso la luce, ignorando che l'unico fattore di attrazione documentato resta la sopravvivenza, e continua a chiedere più Frontex, più rimpatri, più controlli, mentre le vere porte legali restano sprangate meglio di un caveau svizzero. I governi firmatari sanno benissimo che è tutto teatro, solo che il teatro rende più della programmazione, e il pubblico applaude comunque, anche quando lo spettacolo si conclude puntualmente con un'altra bara issata da un peschereccio.

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