DIO DI CARNE O DI CARTA

C'è una forma di divinità che non discute. Parla una volta, per sempre, e da allora resta testo. È la forma del Dio-Legge, del Dio-Comandamento, del roveto che acceca invece di conversare, del Dio-Libro. E si sa, con un libro non si può discutere, lo si interpreta, lo si osserva, lo si tradisce, ma non gli si può rispondere. Tra chi legge e ciò che è scritto resta sempre una distanza di sicurezza, mediata da sacerdoti, da tavole di pietra, da un'autorità che parla per conto di qualcun altro. È lo stesso registro, del resto, delle divinità pagane. Zeus fulmina, non conversa. Anche loro restano, a modo loro, Libro, voce che non concede replica. L'Incarnazione cambia la grammatica del rapporto tra l'uomo e il divino. Non più Dio ha detto, ma Dio dice, presente, rivolto a un uomo che può rispondere, obiettare, persino chiedere che passi questo calice. A Getsemani la volontà umana di Cristo tratta con il Padre prima di piegarsi, ed è un dialogo reale, non una recita liturgica. Ma il tratto più radicale non è che Dio parli, è come parla. Gesù agisce da Uomo, e si rivolge a ciò che nell'uomo è più vivo, la curiosità. Non accusa, non minaccia direttamente. Parla per metafore, il seminatore, il figliol prodigo, il samaritano, e poi tace, lasciando che chi ascolta ci lavori sopra. Chi ha orecchi per intendere, intenda non è una frase di cortesia, è l'invito esplicito a fare fatica, a non fermarsi al primo strato di senso. La parabola presuppone un'esperienza comune, il seme, il pastore, il vino negli otri, e per questo si offre alla discussione invece di imporsi. È un atto di rispetto per l'intelligenza di chi ascolta che nessuna teofania folgorante può concedere. Se il Figlio apre il dialogo, lo Spirito Santo ne è la comprensione che arriva dopo, l'intuizione, il colpo di genio, la spiegazione postuma. Non porta contenuti nuovi, come dice Giovanni, vi ricorderà tutto ciò che vi ho detto, ma illumina ciò che già c'era e prima non si vedeva. È il Paraclito, non l'informazione, ma il lampo che la rende leggibile. Così l'intuizione funziona davvero, arriva prima come certezza muta, e solo dopo si veste di parole, si fa argomento, si fa teologia. Pentecoste ha questa stessa struttura, gli apostoli non ricevono una dottrina compiuta, ricevono una capacità che li supera, e passeranno la vita a spiegare cosa sia accaduto in quel momento. Un messaggio aperto, lasciato all'elaborazione di ognuno, è per sua natura generativo, e per sua natura contendibile. Un comandamento si obbedisce o si trasgredisce, la parabola invece si può leggere in modi diversi restando fedeli. È per questo che nasce una tradizione ermeneutica sterminata, dai Padri della Chiesa alla teologia contemporanea, tutta intenta a riaprire lo stesso testo per farlo parlare a tempi nuovi. Questo comporta che la scissione sia, in un certo senso, ontologica, non un incidente di percorso ma una conseguenza necessaria dell'aver lasciato il messaggio aperto. Letture diverse della stessa metafora, illuminate da lampi diversi di comprensione, producono inevitabilmente Agostino e Pelagio, Roma e Wittenberg. Ma la scissione non è ancora tradimento. Il dissenso non è il fallimento del dialogo, ne è la prosecuzione con altri mezzi. Se il dialogo fosse stato finto, si sarebbe sciolto in unanimità o in silenzio. Il fatto che due letture continuino a confrontarsi, invece di spegnersi a vicenda, è la firma che riconosce ancora l'altro come interlocutore legittimo, non come eretico da ridurre al silenzio. Il vero pericolo non è dunque lo scisma, ma ciò che può venire dopo, l'irrigidimento. Quando un ramo, per restare fedele a se stesso, smette di dialogare, anche al proprio interno, anche con le proprie domande, l'uomo compie il gesto stesso che l'Incarnazione era venuta a superare. Si fa lui stesso Libro. Diventa lettera che non ammette obiezioni, esattamente come temeva del Padre all'origine di questo ragionamento. È un paradosso duro, più si difende l'unità pietrificandola, più ci si allontana dalla cosa che si dice di difendere. La setta non è un errore di contenuto, è una regressione di forma. È il ritorno al roveto che acceca, dopo che la parabola aveva insegnato a discutere. Ne risulta una genealogia coerente. Il Libro chiuso genera, con l'Incarnazione, un dialogo aperto. Il dialogo aperto genera dissenso, perché letture diverse di un testo aperto sono inevitabili. Il dissenso, finché resta capace di ascoltarsi, è scissione feconda. Solo quando smette di ascoltare, anche se stesso, ricade nel Libro chiuso da cui tutto era partito. Il cerchio si chiude e si riapre insieme. Ed è forse, di tutto questo ragionamento, la cosa più cristiana, un dialogo che non teme di dividersi, perché teme solo di smettere di parlare.

Commenti

Post popolari in questo blog

È TUTTO FRUTTO DELLA FANTASIA?

IL SONDAGGIONE: IO VOTO VANNACCI PERCHÈ...

DIALOGO VS MONOLOGO