DONNE COME PRETESTO

Ogni volta che sento parlare di “remigrazione” come di una politica d’amore verso le donne, mi viene da chiedere una cosa molto semplice. Come dovrebbe funzionare, esattamente?

Se uno straniero commette un reato e ricorrono i presupposti di legge per il suo allontanamento, la legge va applicata. Su questo non c’è nulla da discutere. Ma se si presenta la remigrazione come uno strumento per proteggere le donne, allora bisogna spiegare cosa accade alla sua famiglia.

Se rimane in Italia, può perdere una fonte di reddito e di sostegno. Se viene trasferita insieme a lui, può essere privata della rete di protezione costruita in Italia, dai servizi sociali ai centri antiviolenza. E allora la domanda diventa inevitabile. In che modo si starebbe proteggendo quella donna?

C’è poi un problema ancora più serio. La responsabilità penale è personale, come stabilisce l’articolo 27 della Costituzione. Non si può trasformare la colpa di uno nella colpa della moglie, delle figlie o degli altri familiari. Se un familiare ha commesso un reato, deve risponderne lui. Non la sua famiglia per semplice appartenenza.

E poi ci sono le statistiche, spesso utilizzate come manganelli invece che come strumenti di comprensione. Percentuali su stranieri e violenza non significano nulla se non si specifica di quale reato si parla, se si considerano denunce, indagati o condannati e quale sia la popolazione di riferimento. Femminicidi, violenze sessuali e criminalità generale non possono essere messi nello stesso calderone per costruire una conclusione politica.

La sicurezza delle donne non si misura dal numero di persone che si riescono a rimpatriare. Si misura dalla capacità di impedire la violenza, proteggere le vittime e garantire loro una via d’uscita.

Se la remigrazione serve a regolare l’immigrazione, la si discuta per quello che è. Se viene venduta come una politica di protezione delle donne, allora deve dimostrare di proteggerle davvero.

Perché una cosa è certa. Punire chi commette un reato è giustizia. Colpire chi gli sta accanto non è protezione.

Se davvero l'intento è salvare le donne, parlare di remigrazione va nella direzione opposta.
 
Togliere di mezzo gli stranieri significa anche togliere donne, famiglie, lavoratrici che vivono qui, che pagano contributi, che fanno parte di questa società. Significa esporle a regimi, leggi, mancanza di servizi, di centri antiviolenza che nei loro Stati di origine non le sono garantiti come qui da noi.
 
E poi, se l'intento velato è quello di difendere solo le donne italiane autoctone, allora il discorso crolla ancora di più. Perché con i numeri stessi che vengono spesso citati [ 26% commesso da stranieri] resta un 74% di reati contro le donne commesso da italiani autoctoni e tra le donne italiane, il 93,9% è commesso da connazionali autoctoni, quasi esclusivamente della sfera familiare o delle conoscenze] .   
Se si vuole davvero difendere le donne italiane, è anche di quel 74% che ti devi preoccupare e non solo degli stranieriii.

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