EBIKE KILLS THE CYCLING STAR
Caprino veronese - Spiazzi, l'iconico percorso della cronoscalata, palcoscenico ambito del ciclismo veronese e veneto.
Ecco, sono lì, due giorni dopo, in sella alla mia compagna di telaio in carbonio, con le gambe che sembrano due pistoni umani forgiati da ottomila chilometri di asfalto divorato ogni un anno, e il cardio che mi martella nel petto come un fabbro impazzito che batte al ritmo dei RAMMSTEIN mentre affronto una di quelle pendenze che sul Garmin fanno il 10%. Sto sudando come una fontana, la lingua di fuori che tocca il manubrio, e nei pensieri ho già scritto il mio epitaffio "Qui giace uno che amava la sofferenza, ma la chiamava allenamento".
E in quel preciso istante sento alle mie spalle un ronzio beffardo. È lui, il nemico giurato del ciclista purosangue...l'ebike. Un modello da città comprato in saldo da Decathlon, manubrio alto, sella comoda, e in sella un signore col gilet con la reclame di un'autocarrozzeria locale che con una mano tiene un cornetto alla crema e con l'altra il giornale. Mi affianca con la grazia di una chiatta a motore, mi sorpassa con un sorriso serafico, e sparisce all'orizzonte imperturbabile. Subito dietro il nipotino sul suo mini-ebike, girandola arcobaleno, fa qualche metro impennando e mi sorpassa imitando con la bocca il rumore di una moto con tanto di effetto doppler... "VRROOOooommm". Manca solo il gatto nel cestino a guardarmi con aria di compatimento felino, e infatti arriva anche quello...è nel cestino insieme alle borse della spesa. La guida una signora anziana "ciacolando" al telefono con l'amica, che mi supera come fossi un cono stradale.
Per un attimo, lì, con il fiato mozzo e l'orgoglio in caduta libera più veloce di qualsiasi discesa, mi viene il dubbio atroce...che senso ha tutto questo? Gli ottomila chilometri, le salite col vento contro, i polpacci scolpiti nel marmo, se poi un nonno col cornetto alla crema mi doppia senza neanche staccare gli occhi dal giornale?
Poi però respiro, o meglio, ansimo, e la risposta arriva da sola, tra un battito di cuore e l'altro. Quel nonno non mi ha battuto...mi ha solo superato. Sotto i suoi piedi ci sono duecentocinquanta watt regalati da una batteria. Sotto i miei ci sono solo io...il mio cuore, i miei polmoni, un anno intero di allenamenti fatti sotto la pioggia quando avrei potuto restarmene sul divano. Non è una gara, è un'altra cosa...è la fatica che ho scelto di portarmi addosso, mentre lui ha scelto di lasciarsela alle spalle. E la fatica, quella vera, quella che brucia le gambe e appanna la vista, è l'unico ingresso per un club dove il gatto del cestino non metterà mai piede.
Così stringo i denti, mi alzo sui pedali, e do l'ultima spallata alla montagna. Non per riprendere il nonno... quello ormai è un puntino lontano, felice e ignaro... ma per me. Un metro dopo l'altro, il 10% diventa 9, poi 8, e il fabbro impazzito nel petto comincia a martellare non più di dolore ma di qualcosa che assomiglia sospettosamente all'orgoglio. E quando finalmente la strada si spiana e il Garmin smette di ridere di me, sono io a tagliare quella cima. Da solo, senza motore, senza assistenza, con la lingua ancora penzoloni ma la schiena dritta.
Il nonno arriverà a casa e dimenticherà questa salita nel tempo di un cornetto. Io no. Io me la porto scritta nelle gambe, nel fiato, in ogni chilometro degli ottomila che verranno dopo. Perché la vera pendenza, quella che conta, non l'ho superata con la batteria. L'ho superata con quello che avevo. E questo, gatto compreso, nessuno me lo toglie nessuno.
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