IL DESTINO DI TOM


Quando qualcuno chiede chi raccoglierà i pomodori, la domanda in sé non è il problema. Il problema è cosa succede dopo, quando nessuno si chiede perché quel lavoro si fa a sedici euro al giorno, in nero, dentro una baracca senza luce. È allora che la domanda smette di essere pragmatica e diventa una scusa.

Kant aveva ragione a dire che una persona non può valere solo per la sua funzione. Ma la retorica opposta ha lo stesso vizio quando difende l'immigrato solo perché instancabile, solo perché utile al raccolto. Anche quella è una dignità condizionata, ma con il segno cambiato.

E qui sta il cortocircuito più triste. Se un lavoratore italiano rifiutasse quelle condizioni, giustamente, il bersaglio sarebbe il datore di lavoro, lo sfruttatore. Ma quando a farlo è un disperato che non ha alternative, lo sguardo pubblico si sposta su di lui, come se fosse lui il problema, un concorrente sleale, un'invasione. È uno spostamento di colpa perfetto, punisce chi ha meno potere e assolve chi guadagna dallo sfruttamento.

La vera domanda quindi non è se tenerli o mandarli via. È perché un intero settore economico regge solo su salari da fame e caporalato, e perché nessuno dei due schieramenti ha davvero interesse a smontare quel sistema, uno perché gli fa comodo la manodopera a basso costo, l'altro perché gli fa comodo la vittima da difendere.

E se qualcuno pensa davvero che si possa fare a meno di loro, la domanda onesta è un'altra, chi dovrebbe raccogliere quei pomodori al posto loro, con la natalità che abbiamo. La risposta seria non esiste, a meno di non immaginare uno scenario alla Interstellar, dove la Terra morente costringe la società a decidere il destino dei figli in base al bisogno e non al talento, e a Murphy Cooper viene detto che il mondo non ha più posto per gli scienziati, ha bisogno di agricoltori, destino di suo fratello Tom. Per tenere in piedi la filiera senza sfruttamento di aoli italiani "vannacciani" dovremmo fare quattro figli a coppia e dire a tre, fin da bambini, che il loro destino è il campo, il cantiere, la badante, non l'università. Nessun genitore lo accetterebbe come proposta politica. Ed è proprio questo silenzio a smascherare quanto sia poco pensata certa retorica sui confini chiusi, perché scarica su corpi stranieri il lavoro che non siamo disposti a chiedere ai nostri figli, e poi si indigna se quei corpi bussano alla porta.

Una comunità si giudica da come tratta chi non ha niente da offrirle oltre alla propria esistenza. Ma questo non significa che ogni discorso pratico su lavoro e immigrazione sia per forza in malafede. Si può parlare di filiere, di regolarizzazione, di flussi, senza negare a nessuno la dignità. Il vero cinismo non è fare la domanda sui pomodori. È fermarsi lì, senza mai chiedersi chi ci guadagna dal fatto che quella domanda resti senza risposta.

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