IL NEMICO SBAGLIATO
C’è una parte della politica contemporanea che si presenta come custode dell’identità nazionale e individua nello straniero, soprattutto se musulmano, una delle principali minacce a quel modo di vivere fatto di botteghe, piazze, trattorie, famiglie e tradizioni. Ma se davvero vogliamo capire che cosa ha trasformato la società italiana negli ultimi decenni, sarebbe necessario guardare anche altrove. La piccola distribuzione fatta di botteghe è stata progressivamente sostituita dalla grande, i consumi si sono uniformati [da Aosta ad Agrigento tutti mangiano lo stesso hamburger preso da un McDonald's], i centri storici hanno perso attività e funzioni a vantaggio dei grandi poli commerciali. Sono processi economici e globali che hanno inciso profondamente sulla vita quotidiana degli italiani e che difficilmente possono essere attribuiti all’immigrazione.
Questo non significa negare i problemi legati all’immigrazione. Significa chiedersi se il bersaglio scelto sia davvero quello giusto. L’Italia ha una delle popolazioni più anziane d’Europa e una natalità tra le più basse. Nel frattempo interi settori dell’economia dipendono da lavoratori immigrati. Agricoltura, edilizia, logistica e assistenza sono solo alcuni degli ambiti nei quali questa presenza è ormai strutturale. Chi sostiene che l’Italia debba ridurre drasticamente l’immigrazione dovrebbe spiegare anche come intende sostituire, nel breve e medio periodo, quel contributo al mercato del lavoro. La natalità non può risolvere rapidamente un problema demografico costruito in decenni.
Sarebbe necessario fare quattro figli per coppia e dire a tre di loro di rinunciare a qualsiasi ambizione per fare il bracciante agricolo, l'operaio edile, l'operatore welfare, pulizie, etc.
Ed è qui che emerge una contraddizione politica. Forse il problema non è davvero l’immigrazione in quanto tale, ma il tipo di immigrazione che si vuole accettare. È una posizione legittima, se dichiarata apertamente. Diventa però meno limpida quando viene presentata semplicemente come difesa dell’economia, della sicurezza o dell’identità nazionale.
Anche sulla sicurezza occorre evitare semplificazioni. La criminalità non può essere spiegata soltanto attraverso l’origine etnica o religiosa. Marginalità economica, disoccupazione, segregazione abitativa, fallimento scolastico e mancanza di prospettive possono incidere profondamente sui fenomeni di devianza. Questo non significa negare la percezione di insicurezza, che è politicamente reale e merita risposte concrete. Significa però che sicurezza e integrazione non sono necessariamente concetti contrapposti. Spesso una società più integrata è anche una società più sicura.
Lo stesso ragionamento vale per la difesa dei diritti delle donne. Se l’uguaglianza è un principio costituzionale, deve valere sempre. Deve essere difesa contro i matrimoni forzati, le mutilazioni genitali e ogni altra pratica che neghi la libertà della persona, ma con la stessa fermezza deve essere difesa contro la violenza domestica, la discriminazione economica e tutte le forme di subordinazione presenti nella società maggioritaria. Altrimenti un principio universale rischia di trasformarsi in uno strumento per giudicare soltanto gli altri.
Da qui nasce anche la questione più delicata, quella della possibilità di blindare costituzionalmente alcuni principi fondamentali. L’esperienza tedesca dimostra che una democrazia può decidere di sottrarre determinati valori alla possibilità stessa di revisione. È una scelta nata dalla consapevolezza che una maggioranza può utilizzare gli strumenti democratici per svuotare la democrazia dall’interno.
Ma proprio questo esempio contiene una lezione decisiva. Se vogliamo proteggere l’uguaglianza delle donne da qualsiasi futura maggioranza, dobbiamo farlo attraverso una norma universale. Non contro una religione, non contro un’etnia, non contro una futura maggioranza che immaginiamo culturalmente diversa da noi. La Costituzione deve proteggere il principio, non identificare preventivamente il nemico.
È questo, in fondo, il punto centrale. Una società ha tutto il diritto di difendere la propria sicurezza, le proprie libertà e i propri valori. Ma deve prima individuare correttamente ciò che li minaccia. Se attribuiamo all’immigrazione trasformazioni prodotte anche dalla globalizzazione economica, se chiediamo lavoratori immigrati mentre ne contestiamo la presenza sociale e se difendiamo l’uguaglianza soltanto quando a violarla sono gli altri, il problema non è più la coerenza degli stranieri con la nostra società. È la coerenza della nostra società con i principi che dice di voler difendere.
E una Costituzione davvero forte non è quella che protegge i nostri valori dagli altri. È quella che continua a proteggerli anche quando gli altri diventano maggioranza.
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