LA TERRA DI RE ARTÙ


C'è una leggenda che dice che Artù, prima ancora di essere un re, fu un uomo capace di un gesto rivoluzionario, eliminare la testa del tavolo. Nella sala dei banchetti medievali il potere si misurava in centimetri dalla posizione del sovrano, chi sedeva vicino contava, chi sedeva lontano era già in esilio simbolico, e la geometria del legno diventava geometria del privilegio. Artù capovolse questa logica costruendo un cerchio, e in un cerchio, si sa, ogni punto è equidistante dal centro e nessun punto è il centro, cosicché i suoi cavalieri, sedendosi, smisero improvvisamente di dover competere per un primato che il tavolo stesso non permetteva più di misurare. Ecco, la Terra fa esattamente questo, ma non per scelta politica, bensì per necessità geometrica, essendo una sfera non possiede una testa del tavolo, non ha un balcone da cui uno sguardo possa dominare tutti gli altri, ogni luogo della sua superficie gode della stessa identica relazione con il centro, che è sepolto a seimilaquattrocento chilometri di profondità e dunque, curiosamente, appartiene a tutti e a nessuno allo stesso tempo. Chi vive a Reykjavik non è più vicino al vertice del mondo di chi vive a Giacarta, perché il vertice, semplicemente, non esiste, e questa è forse una delle poche verità fisiche che portano con sé un'implicazione morale così diretta, se la forma del pianeta non prevede gerarchia, ogni gerarchia che gli uomini vi hanno costruito sopra è un'aggiunta, un artificio, qualcosa che abbiamo dovuto inventare perché la natura, da sola, non ce l'aveva fornita. Ed è proprio qui che il paragone si fa inquietante, perché la storia umana è in gran parte la storia di popoli che hanno cercato di trasformare la sfera in un tavolo con una testa, disegnando mappe che mettevano il proprio paese al centro, misurando le longitudini da un meridiano scelto arbitrariamente come lo zero da cui contare tutto il resto, costruendo cosmologie in cui la Terra stessa era immobile e il sole le ruotava intorno per farle onore. Il geocentrismo non fu soltanto un errore astronomico, fu il tentativo, quasi disperato, di dare all'umanità un posto a capotavola nell'universo, e quando Copernico tolse quella sedia il colpo non fu solo scientifico ma esistenziale, perché improvvisamente ci si accorse di sedere in un punto qualunque di un cerchio più grande, senza precedenza su nessuno, proprio come i cavalieri di Artù, proprio come ogni abitante della Terra rispetto a ogni altro abitante della Terra. Forse è per questo che la simmetria ci mette a disagio, forse è per questo che continuiamo a costruire piccole teste di tavolo ovunque possiamo, nei confini, nelle classifiche, nei centri storici che chiamiamo così come se il resto fosse periferia dell'anima oltre che dello spazio, perché la psicologia umana non ama il cerchio quanto lo amava Artù, preferisce la linea, la gerarchia, la freccia che parte da un punto e arriva a un altro, e trova nella sfera qualcosa di vertiginoso, quasi insopportabile, l'assenza di un dove privilegiato in cui stare. Eppure basterebbe guardare il cielo per ricordarsene, sopra la Patagonia il cielo si apre esattamente come sopra Oslo, nessuno dei due cieli è più alto, nessuno dei due orizzonti è più vero, e chi sta in piedi su un punto qualsiasi della sfera è, per definizione fisica, il punto più alto del proprio mondo, non perché sia migliore di altri ma perché la verticalità stessa è un'illusione locale, un accordo silenzioso tra un corpo e il pianeta che lo sostiene, valido ovunque e per chiunque, senza eccezioni e senza favoriti. Ci resta allora un pensiero quasi scomodo nella sua semplicità, che forse è questa la vera lezione della Tavola Rotonda applicata al pianeta intero, non che tutti siamo uguali in un senso morale vago e consolatorio, ma che la forma stessa delle cose in cui viviamo, quando è abbastanza grande e abbastanza curva, smette di offrirci il conforto illusorio di un centro, e ci lascia soli, ciascuno seduto nel proprio punto del cerchio, a decidere se costruire ancora una testa del tavolo che la geometria non ci ha mai davvero concesso, oppure se imparare finalmente a sedere come sedevano i cavalieri, senza sopra e senza sotto, senza prima e senza dopo, semplicemente accanto.

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