METTI IL VELO, TOGLI IL VELO

Il velo islamico è diventato lo sport preferito di chi non lo indossa e non lo indosserà mai, eppure si sente in dovere di spiegare alle altre come vestirsi. E la cosa buffa è che lo fanno in nome della libertà, con la stessa sicumera di chi in Iran manda le pattuglie morali a controllare una ciocca di capelli fuori posto. Solo che qui il tono è più educato, si passa dai bastoni ai talk show, ma il meccanismo è identico. Si decide sul corpo di una donna senza chiederle nulla, e quando lei parla e dice che quel velo l'ha scelto lei, la si guarda come se avesse la sindrome di Stoccolma, perché evidentemente una musulmana che sceglie liberamente è un ossimoro per certa politica occidentale, che si scandalizza per l'oppressione a Teheran ma si arroga il diritto di legiferare su una sciarpa a Milano, e la definisce emancipazione. Che meraviglia, l'emancipazione oggi consiste nel togliere alle donne un pezzo di stoffa invece che chiedere loro cosa vogliono farsene.
Nel frattempo nessuno si straccia le vesti per i tacchi a dodici centimetri, per il ritocchino obbligatorio da influencer o per il trucco perfetto richiesto sul posto di lavoro. Quelle sono normali oppressioni estetiche accettate, sponsorizzate, quasi patriottiche. Il velo no, il velo è sempre sospetto, sempre da spiegare, sempre da giustificare davanti a una commissione immaginaria che valuta quanto sei integrata in base a quanti centimetri di capelli mostri. La Corte di Giustizia europea, nel frattempo, prova a mettere un po' di ordine dicendo che vietarlo sul lavoro può essere discriminazione indiretta, e il Consiglio di Stato italiano aggiunge che il velo non è reato finché si può riconoscere la persona. Cose di buonsenso elementare che però in certi salotti passano per eresia, perché l'idea che una donna musulmana possa avere un'opinione propria, coerente, meditata, sulla propria fede e sul proprio corpo manda in cortocircuito chi ha bisogno di vederla come vittima per sentirsi lui il salvatore.
Allora si inventa la narrazione della "povera oppressa da liberare", uno schema comodo, paternalista, vecchio come il colonialismo, solo riverniciato di progressismo, perché nulla scalda il cuore occidentale quanto l'idea di salvare qualcuno che non ha chiesto di essere salvato. E la beffa finale è che tra chi impone il velo con la forza e chi lo vieta con la legge la vittima è sempre la stessa, la donna, che in un caso rischia la prigione se lo toglie e nell'altro rischia il lavoro se lo tiene. I due schieramenti, opposti solo in apparenza, si somigliano come gemelli, entrambi convinti di sapere meglio di lei cosa sia bene per lei, entrambi pronti a normare il suo abbigliamento in nome di qualche principio superiore, religione da una parte, laicità dall'altra. E lei, la diretta interessata, resta l'ultima a cui viene chiesto qualcosa, buona giusto per essere discussa, mai per essere ascoltata.

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