MUSK, IL SOCIALISTA
L'uomo più ricco del pianeta sostiene che tra una decina d'anni il denaro potrebbe non servire più. Robot e intelligenza artificiale produrranno tutto, l'abbondanza renderà irrilevanti i prezzi e lavorare diventerà una scelta, non una necessità.
È una visione affascinante. Ha un solo difetto. Si basa più sulla fiducia che sulle prove.
È lo stesso imprenditore che da anni annuncia la guida completamente autonoma sempre "l'anno prossimo" e missioni umane su Marte dietro l'angolo. Le previsioni cambiano data. La sicurezza con cui vengono pronunciate resta identica.
Ma anche concedendo che l'abbondanza arrivi davvero, resta una domanda che nessuno sembra voler affrontare.
Se tutti possono avere la stessa casa stampata da un robot, lo stesso cibo e gli stessi vestiti, cosa renderà qualcuno più privilegiato degli altri?
La risposta è semplice. La scarsità non scompare, cambia soltanto volto.
Il lusso diventerà lo chef che cucina a mano. L'abito cucito da un artigiano. La casa con la vista che nessuna stampante 3D potrà creare. I beni davvero desiderati sono quasi sempre quelli che non possono essere replicati all'infinito.
Ed è qui che il sogno comincia a scricchiolare.
Il denaro non esiste perché il mondo è povero. Esiste perché alcune cose restano inevitabilmente limitate. Tempo, spazio, attenzione, esclusività. Finché esisterà qualcosa di scarso, servirà anche un modo per decidere chi può averlo.
Potrà chiamarsi denaro, credito, reputazione o punteggio sociale. Il nome conta poco. La funzione resterà la stessa.
Resta allora una domanda molto semplice.
Se è davvero convinto che tra dieci anni il denaro non avrà più alcun valore, perché non comincia fin da oggi a liberarsi del suo patrimonio? Perché non lo destina progressivamente a progetti sociali o in beneficenza, fino ad arrivare a quella data senza più miliardi da difendere?
Se il denaro è destinato a diventare irrilevante, dovrebbe essere il primo a comportarsi come se lo fosse già.
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