SCERIFFI FAI-DA-TE
L’idea dei “vigilantes”, delle ronde estemporanee e dei cittadini trasformati all’occorrenza in sceriffi di quartiere non è affatto rassicurante, per quanto possa sembrare seducente a chi ama le scorciatoie. La sicurezza è una cosa seria e proprio per questo non può essere affidata all’improvvisazione di chi, una sera qualunque, decide di indossare idealmente una divisa che nessuno gli ha consegnato. Il problema non è che un cittadino si interessi alla sicurezza del proprio quartiere, anzi, il problema nasce quando dalla partecipazione civica si passa alla presunzione di avere un’autorità che non si possiede. Perché basta poco, pochissimo, perché la vigilanza si trasformi in controllo, il controllo in intimidazione e l’intimidazione in qualcosa di molto più pericoloso. C’è sempre il fondato rischio che qualche esaltato interpreti una presenza sulla strada come una patente per intervenire, inseguire, minacciare, fermare, giudicare. E magari tutto questo con la migliore delle intenzioni, che nella storia non è mai stata una garanzia sufficiente. Le società civili hanno inventato le forze dell’ordine, le procedure, le responsabilità e i controlli proprio per evitare che la giustizia diventasse una faccenda privata, regolata dall’adrenalina del momento e dalla personale definizione di ciò che è giusto o sbagliato. Ma evidentemente l’idea dello sceriffo fai da te continua ad avere il suo fascino, soprattutto in una certa retorica muscolare secondo la quale se lo Stato non fa abbastanza, allora bisogna pensarci noi. Noi chi? Chiunque abbia abbastanza tempo libero, abbastanza rabbia e abbastanza sicurezza nelle proprie convinzioni? Il rischio diventa ancora più evidente sui mezzi pubblici, dove lo spazio è ristretto, le persone sono costrette a condividere pochi metri e una situazione di tensione può rapidamente coinvolgere anche chi non c’entra nulla. La presenza di una ronda o di uno “sceriffo” improvvisato può diventare essa stessa un fattore di escalation, perché introduce nella scena una figura che alcuni possono percepire come provocatoria, altri come un’autorità da sfidare e altri ancora come un invito a schierarsi. Così una discussione banale può degenerare in una rissa, e una rissa può trascinare dentro passeggeri estranei ai fatti, trasformando un problema circoscritto in un problema collettivo. Altro che sicurezza. Si rischia di creare esattamente quella situazione che si pretendeva di prevenire, con l’aggravante di aver coinvolto persone che stavano semplicemente tornando a casa. Le società civili hanno inventato le forze dell’ordine proprio perché l’intervento sulla sicurezza richiede preparazione, proporzionalità e soprattutto capacità di distinguere il momento in cui intervenire da quello in cui è necessario evitare di peggiorare le cose. Il paradosso è che chi invoca più ordine rischia così di contribuire a produrre più arbitrio, affidando pezzi di sicurezza pubblica a persone che non hanno né l’addestramento né il mandato né la responsabilità necessaria per esercitarla. E allora sarebbe bene ricordare una cosa molto semplice, anche se evidentemente non sempre popolare. In uno Stato di diritto non è il più arrabbiato ad avere ragione, non è il più muscoloso ad avere autorità e soprattutto non è chi si autoproclama difensore della comunità a diventare automaticamente interprete della legge. La sicurezza non è il Far West con qualche lampione in più. E trasformare cittadini qualunque in vigilantes non significa necessariamente avere più sicurezza, può significare soltanto avere più persone convinte di poter decidere, sul momento, chi merita di essere controllato, inseguito o punito. Una prospettiva decisamente poco rassicurante, soprattutto per chi crede ancora che la legge debba valere anche quando siamo convinti di essere dalla parte giusta.
Commenti
Posta un commento