TRA IL DIRE E IL FARE

Cominciamo da un numero, anzi da due, perché in Italia contano sempre i numeri.
Quarantaquattromila espulsioni eseguite tra il 2013 e il 2022, contro centottantaseimila ordini firmati, timbrati, protocollati e poi lasciati marcire in un cassetto, come se il diritto amministrativo fosse un genere letterario e non uno strumento operativo...e nel frattempo qualcuno continua a raccontarci che il problema sono i giudici "di sinistra" che boicottano il sistema, i "magistrati zecche" che si divertono a proteggere i clandestini. Come se dietro ogni pratica bloccata ci fosse un complotto ideologico e non, molto più banalmente, un ufficio consolare che non risponde, un passaporto scaduto che nessuno rinnova, un funzionario che aspetta istruzioni che non arrivano mai. Perché no, non serve la toga rossa per bloccare un'espulsione, basta un timbro mancante, e questo è già comico se non fosse tragico, perché nel 2023, a fronte di centoquarantacinquemila arrivi, i rimpatri effettivi sono stati tremiladuecento, una percentuale che definire simbolica è un complimento, e nel 2024 e nel 2025 abbiamo avuto la coerenza commovente di ripetere lo stesso disastro, con appena il venti per cento degli ordini di espulsione che si trasforma in un rimpatrio vero, il resto è carta, pura carta, ottima per l'archivio o la propaganda in TV o nei social, ma pessima per la sicurezza pubblica. E qui arriva la prima ipocrisia. Senza il lasciapassare del paese d'origine non si parte, punto. Non conta quanto sia arrabbiato e fermo il ministro dell'Interno, non conta quante conferenze stampa si facciano sul pugno duro, se il consolato di turno non firma il documento di riconoscimento, l'espulso resta qui, comodamente, in un limbo istituzionale che dura anni. E visto che stiamo parlando di accordi bilaterali che l'Italia non ha mai avuto la voglia né la costanza di costruire seriamente, ecco svelato in anticipo il destino della tanto sbandierata "remigrazione", stessa burocrazia, stesso muro, stesso fallimento con lo slogan diverso. Poi c'è il secondo pilastro del ridicolo, i CPR, i centri che dovrebbero trattenere chi aspetta il rimpatrio e che invece hanno una capienza da barzelletta rispetto al numero di persone con un ordine attivo. La soluzione sarebbe elementare, più fondi, più posti, più personale, ma è molto più comodo e molto più economico, in termini di consenso, prendersela con un giudice piuttosto che stanziare un euro in più, perché il nemico immaginario si combatte gratis, il nemico vero costa. E infine il terzo atto della commedia, i tempi della giustizia. Ogni espulsione impugnabile, ogni ricorso che sospende tutto, mesi che diventano anni mentre la persona resta sul territorio da clandestino o da espulso, in un procedimento che sembra pensato apposta per non concludersi mai... e deve pur lavorare, mangiare, vivere, il tutto in una cornice d'odio, di discriminazione, di disprezzo. 
[Sarei curioso di sapere quanti dei "patrioti" saprebbero vivere in queste condizioni rimanendo degli "ospiti" modello]. A questo punto la domanda non è più perché non riusciamo a espellere gli immigrati, ma perché continuiamo a fingere che il problema sia ideologico quando è evidentemente tecnico, strutturale, quasi archeologico. Un sistema che produce ordini di espulsione con la stessa cura burocratica con cui si producono moduli catastali, senza mai chiedersi se qualcuno, alla fine, li eseguirà davvero. Centottantaseimila persone con un provvedimento attivo e nessuno che le accompagna alla frontiera è un dato, ed è molto più imbarazzante di qualsiasi editoriale sui giudici comunisti, perché racconta un Paese che preferisce urlare contro un nemico di comodo piuttosto che pagare il conto, salato ma banale, di far funzionare le cose che ha già scritto sulla carta.

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