WAKE WOKE
Il meccanismo ricorrente nel dibattito pubblico contemporaneo, ed è tanto semplice quanto efficace è quello di prendere la parte più estrema di un movimento e trasformarla nella sua unica rappresentazione. È proprio quello che è successo, in buona misura, alla sinistra e al mondo LGBTQ+ nel confronto con una destra che ha saputo leggere le regole della comunicazione contemporanea meglio di quanto la sinistra abbia saputo difendersi.
Il pensiero woke, nella sua formulazione originaria, nasce da istanze legittime...attenzione al linguaggio, consapevolezza delle discriminazioni strutturali, richiesta di rappresentanza. Ma ogni movimento produce, ai suoi margini, versioni estremizzate di se stesso [eccessi performativi, radicalismi verbali, atteggiamenti che sconfinano nel paradossale]. Tutto questo è fisiologico. Succede alla destra con il nazionalismo più becero, succede alla sinistra con il moralismo woke più rigido.
Il problema è che questi margini sono diventati, nella narrazione pubblica, il centro. Una destra abile nella comunicazione ha isolato gli aspetti più folkloristici [i pronomi, la "schwa", le polemiche sui cartoni animati, le prese di posizione più bizzarre] e li ha usati come sineddoche dell'intero campo progressista. Il risultato è che chi discute di diritti civili, lavoro, salute pubblica, si trova a dover rispondere di posizioni che non ha mai sostenuto, solo perché genericamente ascrivibile alla stessa area politica. Si butta il bambino con l'acqua sporca, appunto, si perde di vista la sostanza per colpire il rumore.
Ma sarebbe incompleto attribuire tutta la responsabilità alla strumentalizzazione altrui. La sinistra ha spesso mancato di fare da sé quel lavoro di selezione e distinzione che avrebbe dovuto marginalizzare gli eccessi invece di tollerarli o, peggio, difenderli per solidarietà di bandiera. Chi non critica i propri estremi finisce per renderli il proprio biglietto da visita.
C'è poi una distinzione che vale la pena tenere in bella vista...quella tra il dibattito sui social, polarizzato, veloce, costruito per la reazione, e la vita reale, fatta di relazioni concrete, di colleghi, vicini, amici. È lì, nella quotidianità non mediata dagli algoritmi, che l'impegno per i diritti si misura per quello che è. Non ideologia ma esperienza ed è condivisa. E probabilmente lì, più che nei talk show o nei thread di Twitter, che si gioca la vera partita culturale.
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