BORN & FORGET

Mi ha sempre incuriosito quella forma di generosità, nel discorso di chi si proclama strenuamente pro vita, che consiste nel decidere della vita altrui senza essere chiamato a sopportarne le conseguenze. La formula è semplice. Una donna non vuole portare avanti una gravidanza, ma la gravidanza deve comunque arrivare al parto perché, si dice, quella che porta dentro è già una vita e dunque va salvaguardata. Poi, una volta nato, il bambino potrà essere affidato all’adozione. Oppure, se la madre cambierà idea, potrà crescerlo. Una soluzione lineare, quasi amministrativa, come se tra una gravidanza indesiderata e un bambino affidato a una famiglia adottiva non ci fossero nove mesi di corpo, paure, rinunce, cambiamenti, dolore, lavoro, relazioni, salute, parto e conseguenze psicologiche. Come se la gravidanza fosse un semplice involucro temporaneo che qualcun altro può tranquillamente ordinare di mantenere in funzione fino alla consegna del prodotto finito. È qui che il moralismo pro vita rivela spesso la sua parte più comoda. Si proclama assoluto il valore della vita nascente, ma si tende a considerare quasi accessorio il valore della donna che quella vita dovrebbe portarla dentro di sé. Eppure il sacrificio non è teorico. L’embrione non affronta la gravidanza, non sopporta nausea, dolore, modificazioni del corpo, eventuali complicazioni, limitazioni, paura del parto e conseguenze sulla propria vita personale e professionale. Tutto questo accade nel corpo di una persona reale, che viene chiamata a mettere a disposizione il proprio corpo per nove mesi affinché un principio morale altrui possa essere rispettato. E qui si incontra una prima, piuttosto sgradevole, contraddizione. Se una donna non desidera diventare madre, costringerla a partorire non significa semplicemente impedirle di abortire. Significa imporle una gravidanza e un parto. L’adozione, infatti, non è l’alternativa all’aborto. È l’alternativa alla genitorialità dopo che la gravidanza è già stata portata a termine. Confondere le due cose è un artificio retorico che permette di far sparire dal discorso proprio ciò che dovrebbe essere messo al centro, cioè il corpo della donna e il prezzo che le si chiede di pagare. C’è poi l’altra soluzione, quella ancora più curiosa. La donna dovrebbe partorire e poi crescere il figlio, perché la maternità, una volta imposta dalla legge o dalla morale, evidentemente dovrebbe diventare anche un dovere permanente. Peccato che la società reale non assomigli molto ai manifesti celebrativi della famiglia. Crescere un figlio significa tempo, denaro, casa, servizi, assistenza, congedi, asili, lavoro compatibile con la cura e una rete sociale che non sempre esiste. Se lo Stato pretende di impedire a una donna di interrompere una gravidanza perché considera la vita un bene indisponibile, sarebbe quantomeno coerente che fosse disposto a farsi carico, concretamente, di una parte sostanziale delle conseguenze della nascita che ha imposto. Altrimenti la tutela della vita rischia di diventare una faccenda curiosamente selettiva. Si tutela la vita prima della nascita, mentre tutto ciò che viene dopo può essere tranquillamente lasciato alla buona volontà della madre, alla solidarietà familiare o, quando va bene, a servizi pubblici spesso insufficienti. E se la donna non ce la fa, se non ha denaro, se non ha un compagno, se il compagno sparisce, se la famiglia non la sostiene, se perde il lavoro, se non riesce a conciliare maternità e sopravvivenza economica, allora improvvisamente la grande questione morale torna a essere un problema privato. È difficile non vedere l’asimmetria. Il principio viene proclamato da chi non deve necessariamente subirne il costo, mentre il costo viene materialmente trasferito sulla donna. E persino l’adozione, presentata talvolta come soluzione elegante, meriterebbe uno sguardo meno ipocrita. Per una donna che non desidera quella gravidanza, arrivare al parto per poi lasciare il neonato può essere una decisione immensamente dolorosa. Si può sostenere che sia una scelta preferibile all’interruzione della gravidanza, ma non si può fingere che sia una procedura neutra, come consegnare un pacco a un ufficio postale. C’è una differenza enorme tra l’esistenza di un embrione nelle prime settimane e l’esistenza di un neonato che è stato partorito, visto, toccato, ascoltato e riconosciuto come persona dalla madre e dall’ambiente che la circonda. Che si attribuisca valore morale all’embrione è una posizione legittima, ma non autorizza a cancellare le differenze biologiche, psicologiche e sociali tra le diverse fasi della gestazione e tra la gravidanza e la vita dopo la nascita. E soprattutto non autorizza a far sparire la donna dalla scena. Perché la questione, alla fine, non è soltanto se esista una vita da proteggere. È anche chi debba essere obbligato a mettere il proprio corpo e la propria esistenza al servizio di quella protezione. Ed è proprio qui che il termine pro vita rischia di diventare ambiguo. Se per pro vita intendiamo che ogni vita merita attenzione, cura, sostegno e dignità, allora sarebbe difficile non essere favorevoli. Ma se significa che la vita dell’embrione deve essere tutelata imponendo alla donna una gravidanza contro la sua volontà, allora non siamo più semplicemente davanti a una politica di tutela della vita. Siamo davanti alla decisione di stabilire quale volontà debba prevalere sul corpo di qualcun altro. E questa è una questione molto più seria di quanto lascino intendere gli slogan. Perché è facile essere generosi con la vita quando a pagare il conto è qualcun altro. È facile dire partorisci e poi vedremo, quando quel poi non dovrà essere vissuto nel proprio corpo. È facile parlare di adozione quando non sarà necessario affrontare la gravidanza, il parto e la separazione. È facile invocare la maternità come valore assoluto quando non si deve diventare madri. La vera misura di una società che dice di voler proteggere la vita, però, non dovrebbe essere soltanto quanto è disposta a impedire un aborto. Dovrebbe essere quanto è disposta a fare dopo, quando quella vita è nata e quando la donna che l’ha generata ha bisogno di aiuto. Perché se la tutela della vita termina con il parto, allora forse non era davvero la vita ciò che si voleva tutelare. Era la nascita. E tra le due cose c’è una differenza enorme. La nascita è un evento. La vita è tutto ciò che viene dopo.

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