CENTIMETRI DI PELLE

Trovo sempre molto curioso il modo in cui la nostra società decide quali libertà difendere e quali educare. Quando un preside vieta minigonne o scollature, scoppia il caso e si grida al sessismo, controllo del corpo femminile, come nella circolare di un liceo di Terni sugli indumenti troppo scoperti. Ma quando il corpo femminile viene "coperto" invece che scoperto, il metro cambia. Se una ragazza mostra troppo, difendiamo l'autodeterminazione. Se ne copre troppo, la chiamiamo integrazione.

Il ministro Valditara ha proposto di vietare niqab e burqa a scuola, sostenendo che neghino la parità tra uomo e donna. Ma facciamoci una domanda scomoda. Se una ragazza musulmana studia, parla italiano, partecipa alla vita della scuola, ma sceglie il niqab, qual è il problema che stiamo risolvendo? Se è l'identificazione, si regoli quella, come già avviene a Monfalcone. Ma se il problema è che non rappresenta abbastanza bene la nostra idea di donna emancipata, allora non regoliamo più una necessità scolastica... stabiliamo quale identità sia compatibile con l'Italia.

Siamo disposti a difendere una ragazza dalla scuola che le dice come vestirsi quando mostra troppo, ma siamo disposti a dire alla stessa ragazza come vestirsi quando mostra troppo poco. In un caso il corpo è suo. Nell'altro appartiene, almeno in parte, alla nostra idea di società.

Il niqab non è una minigonna, certo, pone questioni reali di identificazione. Ma perché un problema circoscritto deve diventare battaglia culturale generale? E quali saranno i prossimi codici culturali obbligatori?

Perché la differenza fra integrazione e assimilazione sta proprio qui. Integrazione è chiedere a chi arriva di condividere le regole comuni, la lingua, le leggi, i diritti fondamentali, restando libero di conservare la propria identità dentro quel perimetro. Assimilazione è chiedere di più... che quell'identità si dissolva, che si somigli, non solo che si rispettino le regole. La linea è sottile ma non invisibile. Una cosa è dire "devi parlare italiano per studiare", un'altra è dire "devi vestirti come vogliamo noi per essere considerata davvero italiana". La prima è una condizione. La seconda è una pretesa di somiglianza spacciata per condizione.

Vogliamo una scuola che dica "puoi essere italiana restando musulmana", o una che dica "puoi esserlo se ti vesti secondo i nostri codici"? Non decidiamolo prima. Discutiamone.

Piccola chiosa...qui il paradosso si chiude con una coincidenza che nessuno sceneggiatore avrebbe osato scrivere. Proprio mentre il governo discute quanto le donne debbano coprirsi per essere davvero integrate, il vicepremier Tajani spiega dal palco quale donna un figlio dovrebbe sposare... quella con la gonna più lunga, perché "più affidabile", visto che quella appariscente "poi ti tradisce". Non è un'uscita isolata, é la stessa grammatica. In entrambi i casi il corpo femminile viene misurato, classificato, giudicato in base a quanto si mostra e il giudizio spetta sempre a un uomo, sia esso un ministro che decide cosa una ragazza può indossare in classe, sia un altro che spiega a suo figlio quale moglie scegliere guardandole la gonna. La domanda, allora, non è più solo "chi decide cos'è libertà". È perché, da qualunque lato lo si guardi, a decidere è sempre lo stesso sguardo?

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