PIOVE SUL BAGNATO


C’è una certa politica che ha trovato un modo piuttosto elegante per mascherare il proprio razzismo dietro la retorica del welfare.

La proposta è semplice: nidi e asili gratuiti, sì, ma prima per chi lavora. E, soprattutto, prima per gli italiani autoctoni.

Detta così sembra una politica per aiutare le famiglie che lavorano. In realtà introduce una gerarchia tra bambini, stabilendo che alcuni abbiano più diritto di altri a un servizio educativo fondamentale sulla base del lavoro, della condizione e, quando entra in gioco il criterio della nazionalità, dell’origine dei genitori.

È la vecchia idea del “prima gli italiani” travestita da criterio amministrativo.

E qui sta la geniale coerenza burocratica: decidere che un bambino di due anni meriti di socializzare in base al curriculum dei genitori.

Spogliato degli eufemismi da bando regionale, il ragionamento suona più o meno così. Se mamma e papà lavorano, il figlio ha diritto a nidi e asili, laboratori, maestre che gli insegnano a dire “grazie”, a socializzare, a rispettare gli altri, a rimettere in ordine i giochi e persino gli orari della pappa.

Se invece mamma e papà non lavorano, magari perché un lavoro non lo trovano, oppure perché sono arrivati in Italia da tre mesi e stanno ancora cercando di capire come funziona lo SPID, allora il bambino può restare a casa.

Tanto la socializzazione mica scappa. La recupererà a sei anni, con l’obbligo scolastico.

Come se lo sviluppo linguistico e cognitivo avesse la cortesia di aspettare il calendario amministrativo.

È il welfare trasformato in benefit aziendale. Non un diritto del bambino, ma un fringe benefit del genitore produttivo, distribuito sotto forma di sollievo dalla retta.

E qui arriva la parte più surreale. Le stesse forze politiche che ripetono “integrazione” a ogni microfono finiscono per costruire criteri di accesso che rischiano di escludere proprio le famiglie straniere nella fase in cui quei servizi potrebbero essere più importanti.

I primi anni sono quelli in cui un bambino può sviluppare il linguaggio, imparare regole e relazioni e assorbire l’italiano giocando, invece di trovarselo davanti per la prima volta sui banchi di scuola.

E nidi e asili sono anche il primo luogo in cui può incontrare davvero la diversità. Bambini di altre etnie e culture, famiglie diverse, bambini con disabilità o differenti capacità.

Lo fa prima che quelle differenze siano necessariamente accompagnate dal bagaglio di pregiudizi dell’ambiente sociale. La diversità diventa semplicemente parte della normalità quotidiana.

Si gioca insieme prima ancora di imparare chi sarebbe “diverso” da chi.

Poi, qualche anno dopo, ci si stupirà del bambino che in terza elementare fatica a seguire la lezione.

E si darà naturalmente la colpa alla scuola.

Il problema è che “i genitori lavorano” è un criterio semplice per distribuire una risorsa scarsa, ma è anche un pessimo indicatore del bisogno del bambino.

Il criterio dovrebbe essere il bisogno, non la produttività dei genitori.

Reddito, vulnerabilità economica, isolamento sociale, condizione di neo-arrivo e difficoltà familiari dovrebbero pesare nell’accesso, prevedendo quote specifiche per le situazioni più fragili.

Perché nidi e asili non sono un premio di produttività per gli adulti.

Sono una delle prime occasioni attraverso cui lo Stato accompagna un bambino nella società in cui crescerà.

Trattarli come un fringe benefit significa semplicemente rimandare il problema.

E poi consegnarlo alla scuola, già confezionato.

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