PRIVILEGI EREDITARI
La discussione sulla tassazione delle eredità milionarie parte da una domanda molto semplice, ma spesso accuratamente evitata. Per quale ragione un patrimonio ereditato da chi riceve milioni dovrebbe essere considerato intoccabile o quasi, soprattutto quando si tratta di ricchezza che non è stata prodotta da chi la eredita? Se si sostiene che la questione sia soltanto di principio, allora bisognerebbe spiegare perché un patrimonio ricevuto per nascita dovrebbe godere di una particolare immunità rispetto alla ricchezza prodotta attraverso il lavoro, che invece viene normalmente sottoposta a tassazione. Se invece a difendere con particolare veemenza quella posizione sono soprattutto coloro che hanno ricevuto eredità milionarie, sarebbe almeno più onesto ammettere l’esistenza di un interesse personale, senza tentare di travestire la difesa di un privilegio da principio universale. La distinzione non è affatto secondaria, perché se si riconosce che, oltre una certa soglia, sia moralmente legittimo redistribuire una ricchezza che non è frutto del lavoro di chi la riceve, allora bisogna anche ammettere che quelle soglie possano essere discusse e, se necessario, riviste in senso più solidaristico. Soprattutto in una società nella quale la ricchezza tende a concentrarsi sempre più nelle mani di pochi e nella quale l’eredità rischia di tornare a determinare il destino sociale più del merito, dell’impegno o delle capacità individuali. Il principio della proprietà privata, del resto, non è mai stato una licenza per sottrarre ogni risorsa alla responsabilità collettiva, così come la famiglia non può diventare il paravento ideologico dietro cui perpetuare una gerarchia economica trasmessa semplicemente per nascita. Chi eredita un grande patrimonio non viene spogliato del frutto delle proprie fatiche, perché quel patrimonio, molto banalmente, non è il frutto delle sue fatiche. Può riceverlo, amministrarlo, investirlo e persino accrescerlo, ma non può pretendere che la società consideri intoccabile un vantaggio che gli è stato assegnato dal caso biologico e familiare. Naturalmente, una tassazione ragionevole dovrebbe distinguere tra patrimoni modesti, che garantiscono sicurezza e continuità a una famiglia, e patrimoni milionari, la cui trasmissione consolida rendite, privilegi e disuguaglianze su una scala ben diversa. Confondere deliberatamente queste due realtà serve soltanto a evocare lo spauracchio del ceto medio ogni volta che qualcuno osa sfiorare i piani alti della piramide. È un trucco retorico piuttosto comodo, perché consente di presentare come vittima chi, in realtà, sta semplicemente discutendo di quanto poco sia disposto a restituire alla collettività rispetto a quanto ha ricevuto senza averlo prodotto. In definitiva, se si ammette che una determinata soglia renda moralmente accettabile la tassazione dell’eredità, non si può poi trasformare quella soglia in una sorta di dogma rivelato, consegnato una volta per tutte alle tavole della legge e sottratto a qualsiasi discussione. Una soglia può essere difesa, modificata o innalzata sulla base di argomenti seri, dei dati economici e delle esigenze di una società che cambia. Quello che non può essere fatto è dichiararla intoccabile soltanto perché, superandola, comincia a incidere sui privilegi di chi ha ereditato molto. Perché a quel punto il problema non è più la difesa di un principio, ma la difesa di un interesse personale travestito da principio. E sarebbe già un passo avanti avere il coraggio di chiamare le cose con il loro nome, senza pretendere che il privilegio ereditato venga santificato come se fosse una conquista personale.
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