PROFITTATORI
Diciamocelo chiaro, il problema non è quanti migranti "importiamo" come se fossero container di merce varia da smistare al porto, il problema è che una volta arrivati li trattiamo peggio di come tratteremmo un elettrodomestico difettoso, perché almeno l'elettrodomestico ha la garanzia e loro no. Proviamo un esperimento mentale molto semplice, quasi infantile nella sua ovvietà, immaginiamo che quel bracciante piegato sotto il sole a quaranta gradi per tre euro l'ora sia nostro figlio, proviamo a immaginarlo davvero, non per finta, e vediamo quanto dura l'indignazione selettiva quando il migrante sfruttato diventa "il nostro Marco" o "la nostra Giulia". Improvvisamente il capolarato non sembra più un fastidioso trafiletto di cronaca, sembra un crimine, perché lo è, solo che quando la vittima ha la pelle giusta e il cognome giusto ci scandalizziamo, altrimenti alziamo le spalle e diciamo che "potevano restare a casa loro". E qui arriva la parte più comica, se non fosse tragica, ovvero il rovesciamento delle colpe che qualcuno ha inventato apposta per non guardarsi allo specchio, perché guarda caso il colpevole ufficiale dei salari da fame non è mai chi quei salari li paga, chi firma il contratto, chi mette la firma sotto tre euro l'ora, no, il colpevole è sempre lui, il disperato che ha accettato, come se rifiutare fosse un lusso che uno può permettersi quando ha la fame vera e non quella metaforica dei talk show. È un classico gioco delle tre carte, sposti l'attenzione dal ricco che sfrutta al povero che subisce e magicamente il ricco esce pulito, anzi vittima pure lui, "poverino, cosa doveva fare, la concorrenza è agguerrita". La concorrenza sarà pure agguerrita ma tra un imprenditore che intasca il margine e un uomo che dorme in un container senza acqua corrente, la disparità di potere è talmente oscena che parlare di "libera scelta" del migrante è una barzelletta di pessimo gusto. Se li pagassimo come suggerisce Vannacci per gli italiani, avremmo persone con un lavoro dignitoso, un riscatto sociale e la possibilità di contribuire, tramite le tasse, al futuro proprio e altrui.
E allora, invece di continuare a fare la morale al disperato di turno che ha osato accettare l’unico lavoro disponibile, forse sarebbe ora di agire...dare nomi e cognomi allo sfruttamento, colpire i portafogli, boicottare chi sfrutta, sostenere chi non lo fa, usare gli strumenti legali che esistono, costruire alleanze tra lavoratori, sindacati, associazioni e cittadini.
Perché finché l’indignazione colpirà il sintomo e risparmierà la causa, gli articoli sulla dignità del lavoro serviranno a poco.
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