TRENTA PERCENTO
Ma questo 30% di alunni stranieri per classe a chi si riferisce esattamente? A chi non conosce la lingua italiana? A chi è nato all'estero? Oppure semplicemente a chi ha un'origine straniera, anche se nato in Italia e perfettamente italofono? La risposta non è irrilevante. Se la finalità è evitare ritardi nell'apprendimento della lingua, il criterio dovrebbe essere la conoscenza dell'italiano, non il luogo di nascita né il passaporto. Un bambino nato e cresciuto in Italia, linguisticamente integrato, non ha lo stesso problema di uno arrivato da pochi mesi che non parla una parola d'italiano.
Si potrebbe obiettare che la percentuale sia solo un proxy amministrativo, comodo perché già disponibile, mentre testare ogni alunno sarebbe impraticabile. L'obiezione ha una sua logica burocratica, ma proprio per questo tradisce la natura reale della misura, che non è uno strumento tarato sul bisogno bensì una scorciatoia che usa la nazionalità perché è facile da contare, non perché sia ciò che conta davvero. Dice a un bambino nato a Milano, che parla meglio l'italiano di molti compagni, che ai fini della legge resta comunque qualcosa d'altro. Un criterio impreciso per ragioni organizzative è un conto; un criterio che ridefinisce chi appartiene e chi no è un altro.
La cosa cambia ulteriormente quando la giustificazione non è più didattica ma diventa evitare che i bambini italiani possano «sentirsi in minoranza». Un bambino di sei anni non ha bisogno di una teoria demografica per scegliere con chi giocare. Non conta i passaporti dei compagni, non calcola percentuali. Gioca, litiga, fa amicizia. Poi arriva l'istituzione e gli comunica che quella differenza conta abbastanza da dover essere misurata e contenuta entro una soglia. È qui il paradosso, perché per impedire che il bambino si senta escluso, gli si insegna che esiste un «noi» che deve restare abbastanza numeroso e un «loro» la cui presenza, oltre un certo limite, diventa un problema.
Non significa che questa politica produca automaticamente razzismo. Significa che lo Stato attribuisce alla distinzione tra italiani e stranieri un peso educativo da valutare con cautela. La scuola potrebbe essere il luogo in cui l'origine perde rilevanza, dove bambini diversi imparano a stare insieme. Oppure il luogo in cui quella differenza viene amministrata a colpi di percentuali. Nel primo caso la distinzione si rende irrilevante, nel secondo la si istituzionalizza. Ed è singolare parlare di integrazione costruendo la risposta attorno a una proporzione tra gruppi nazionali.
Se un bambino non conosce l'italiano, lo si aiuti con corsi e risorse vere, non con un tetto sulla composizione delle classi. Se una scuola è in difficoltà, si investa. Ma se il problema diventa che gli italiani sono numericamente pochi, la nazionalità diventa una variabile pedagogica, e a quel punto non si risolve un problema di apprendimento, se ne crea uno nuovo, di appartenenza.
Il rischio è paradossale, perché nel tentativo di impedire che i bambini diano troppo peso alle differenze, siamo noi adulti a stabilire quali differenze contano. Una società sicura della propria identità dovrebbe avere meno bisogno di contare quanti bambini del proprio gruppo siedono in ogni aula. Perché se la presenza dell'altro va dosata affinché il bambino italiano si senta al sicuro, non lo stiamo solo proteggendo, gli stiamo anche insegnando, molto presto, che dell'altro bisogna tenere il conto.
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