VINCERE UNA BATTAGLIA, MA PERDERE LA GUERRA
Il dibattito pubblico italiano alimentato da proposte come quelle di Roberto Vannacci sembra aver invertito l’ordine logico della politica. Si parte dalla fine, cioè dall’espulsione degli extracomunitari, invece che dalle cause che rendono l’immigrazione un tema centrale. La remigrazione non viene presentata come uno strumento dentro una strategia più ampia, ma come l’obiettivo stesso. Eppure in un Paese in inesorabile declino demografico quell’obiettivo è un bersaglio mobile, perché più lo si insegue più si allontana. L’Italia perde popolazione, le nascite calano, la popolazione invecchia, interi territori si spopolano. In questo quadro chi propone di mantenere la presenza straniera a una quota fissa, il 4% secondo la formula di Vannacci, non sta descrivendo una misura una tantum. Sta descrivendo un meccanismo permanente. Se la popolazione italiana continua a diminuire, per mantenere ferma quella percentuale occorre ridurre progressivamente anche il numero di stranieri. Ogni anno servirebbero nuove espulsioni, mancati rinnovi, controlli più stringenti. Un target fisso in un corpo che si restringe produce una domanda crescente di allontanamenti. È un dettaglio operativo che raramente viene esplicitato, perché altrimenti apparirebbe chiaro che non si tratta di difendere i confini, ma di gestire una società divisa per origine. Non è una politica di stop all’immigrazione irregolare, è una politica di esclusione permanente. E come tutte le politiche permanenti richiede apparati, burocrazia, polizia, carte, permessi, dinieghi. Richiede, in altre parole, che la questione migratoria non venga mai risolta, perché la sua risoluzione toglierebbe il collante identitario che tiene insieme una parte del consenso. Il vero errore politico, prima ancora che morale, è non affrontare le cause. Senza salari dignitosi, senza un piano casa serio, senza servizi per l’infanzia, senza una natalità sostenuta da politiche strutturali e non da bonus una tantum o piccoli sgravi fiscali, non si ridà fiducia ai giovani. E senza fiducia nel futuro la remigrazione diventa il capro espiatorio perfetto, un modo per dire che il problema non è il modello economico e sociale, ma la presenza di chi è nato altrove. Ma la demografia non si governa con i decreti espulsivi. Si governa con asili nido, scuole a tempo pieno, congedi parentali paritari, casa accessibile, salario minimo, sanità territoriale. Si governa soprattutto ricostruendo un’idea di futuro condiviso. Chi oggi propone la remigrazione come priorità assoluta non sta risolvendo il declino demografico, lo sta usando come argomento per escludere. E mentre lo fa non costruisce nulla di ciò che servirebbe per invertire la rotta. C’è poi un effetto forse ancora più corrosivo, allontanare la speranza. Portare la soglia per la cittadinanza a vent’anni di residenza, con paletti che molti italiani messi alla prova non supererebbero, significa togliere a chi vive qui, lavora, paga le tasse, manda i figli a scuola, qualsiasi orizzonte credibile di appartenenza. Non è solo un ostacolo burocratico. È un messaggio esplicito, l’integrazione per quanto reale e vissuta non porterà mai a un riconoscimento pieno. Questo messaggio ripetuto per una generazione intera non produce gratitudine né rassegnazione silenziosa. Produce malcontento, rancore, sfiducia. E questi sentimenti si allargano a fette sempre più ampie della popolazione straniera residente, proprio alle seconde generazioni, nate e cresciute qui, che si vedono negato ciò che considerano un diritto acquisito sul campo. I Paesi che hanno avuto l’immigrazione prima di noi e che oggi pagano conflitti sociali e ghetti lo dimostrano. Negare cittadinanza e appartenenza a chi è nato e cresciuto in un Paese è il modo più efficace per fabbricare estraneità. A questo si aggiunge la questione della libertà religiosa. Limitare l’accesso ai servizi, negare il diritto al culto o confinarlo in strutture pubbliche così sono pure controllabili è una posizione illiberale e incostituzionale. La libertà religiosa non è una concessione dello Stato, è un diritto fondamentale. Trattarla come una concessione revocabile significa mettere in discussione non solo i diritti degli stranieri, ma l’idea stessa di Stato di diritto. Servirebbe invece una politica opposta, investire in integrazione partendo dai nidi e dagli asili, introdurre un salario minimo garantito, fermare la diffusione indiscriminata di odio, disprezzo e discriminazione. Non è buonismo. È interesse nazionale. Un Paese vecchio ha bisogno di giovani che si sentano parte della comunità, non di una popolazione giovane tenuta ai margini. Una società di anziani con sempre meno giovani e una società di origine straniera, nata e cresciuta in un clima di rifiuto, incattivita, rancorosa e giovane, è una miscela esplosiva. Non serve la sociologia per capirlo, basta guardare alle periferie europee, alle rivolte, alla sfiducia che diventa radicalizzazione. Vannacci e la destra lo sanno. Sanno che va male, e forse sanno anche che se non fosse così sarebbe peggio. Il loro è un calcolo privatistico. Nel breve arco della loro vita politica gli effetti più devastanti di queste politiche non saranno ancora evidenti. Loro intanto ne avranno colto il massimo profitto possibile. Ma non è solo malafede. C’è anche una visione etnonazionalista coerente, che piace perché offre soluzioni semplici a problemi complessi. Il punto è che quella offerta funziona se il resto del panorama politico non risponde su salari, casa, natalità, sicurezza e futuro. Quindi l’allarme è giustificato, ma il fatalismo no. Non è scritto che loro vincono la battaglia e il popolo perde la guerra. Dipende da se si costruisce, fuori dalla retorica, una società più giusta e più coesa. Altrimenti sì, perderà la guerra. E a perderla non sarà solo chi arriva da fuori, ma l’Italia intera.
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