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DISCENDENZA LEGALE O BIOLOGICA?

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Immaginate di camminare con me, passo dopo passo, tra le polverose strade di Nazaret, duemila anni fa, dove l’aria è densa di profumi di ulivo e di voci che si intrecciano in aramaico, e dove un giovane falegname di nome Giuseppe, discendente di un’antica stirpe reale ormai dimenticata, sta per diventare il protagonista involontario di una delle più grandi rivoluzioni della storia. Sì, perché Giuseppe non è solo un uomo qualunque, è un figlio di Davide, un erede legale di quella promessa solenne che Dio fece al pastore-re di Israele, quel patto eterno che avrebbe portato un germoglio giusto a sedere sul trono per sempre. Ma ecco il colpo di scena, cari bustiners...il figlio che gli nascerà non sarà suo. Non nel senso che intendiamo noi, almeno. Maria, la sua sposa, è incinta per opera dello Spirito Santo, dice il Vangelo, e Giuseppe, in un primo momento, è sconvolto, pensa al ripudio silenzioso, alla legge, all’onore. Poi un angelo gli appare in sogno e gli dice: «Non temer...

LA GRANDE RICCHEZZA

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Landini propone una patrimoniale dell’1,3% sui patrimoni oltre i due milioni, per finanziare sanità e scuola. Idea sensata, almeno sulla carta. Magari gli ospedali smettono di fissare visite e analisi nel 2035 e i professori di comprare la carta igienica di tasca propria. Ma basta un tweet di Giorgia Meloni — “giù le mani dalle tasche degli italiani” — e subito il suo elettorato esplode come se avesse appena sventato un colpo di Stato comunista. In fondo in Italia siamo tutti piccoli miliardari nel cuore, l’appartamentino di cinquanta metri quadri a Vigasio diventa una villa a Montecarlo da difendere con le unghie e coi denti contro il bolscevismo fiscale. E la sinistra? Cita Piketty, mostra grafici della Svezia, parla di giustizia sociale come un prete che fa messa in una chiesa vuota, senza degnarsi di dire in parole semplici che la prima casa non la tocca nessuno, che le piccole imprese sono esenti, che si parla di patrimoni milionari veri, non di chi paga un mutuo da tr...

GIUDA, UNO DI NOI

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Immagina la sala superiore, l'aria densa di pane spezzato e di vino versato, le lampade che tremolano come cuori incerti. E lì, al centro, Gesù che sa già tutto.  Sa che il bacio è già stato comprato, che i trenta denari tintinnano già nel buio, sa che il suo amico, il suo Giuda, ha già voltato le spalle alla luce.  Eppure. Eppure prende il pane, lo intinge nel piatto comune — un gesto antico, carico di intimità. Nelle usanze orientali, quel gesto era riservato all'ospite d'onore: il pane intinto e offerto dal padrone di casa era segno di affetto, di distinzione, di fiducia. Era dire, senza parole: " Tu sei dei miei, tu sei importante, tu sei scelto ." E lo porge proprio a lui, a Giuda.  Non per beffa, non per ironia, ma perché l'amore non si ritrae mai, nemmeno quando è tradito. Anzi si china di più, si fa più piccolo, più umile, più vicino, come se volesse dire: "Anc he se tu mi uccidi, io ti do ancora da mangiare. Anche se tu mi ...

HO VISTO UN RE

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La legge di bilancio 2026, quella perla di giustizia sociale all’italiana, che l’Istat ha appena spogliato con la grazia di un rinoceronte in un negozio di Swarovski. Oltre l’85% dei benefici fiscali finisce dritto nelle tasche dei ricchi, e non parliamo di qualche spicciolo da smarrire sotto il divano, ma di 2,9 miliardi che atterrano morbidi nel portafoglio del quinto più benestante del Paese, mentre al resto della popolazione toccano briciole da 102 euro l’anno, giusto l’equivalente di un caffè al giorno, ma solo se ti accontenti del decaffeinato del distributore. E la genialità è che è tutto così plateale che per non capirlo servirebbe una laurea in negazionismo economico: abbassi l’aliquota Irpef dal 35 al 33% per chi guadagna tra 28 e 50mila euro e, sorpresa!, chi ci guadagna davvero sono quelli sopra i 50mila, perché lì il taglio si applica per intero, come un prosecco millesimato servito solo ai tavoli VIP, mentre per chi sta sotto restano gli avanzi: un “grazie del...

FOGLIE CADENTI

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Immagina di tenere in mano una foglia d’autunno, rossa come il sangue di un bambino che non ha ancora imparato a camminare. Ti chiedi perché cada proprio ora, proprio qui, mentre il vento non sa di essere vento e il cielo non sa di essere cielo. Dio, se c’è, osserva la stessa foglia e tace: non perché sia sordo, ma perché il silenzio è l’unica lingua che non tradisce il dolore. La sofferenza dei piccoli è la crepa più netta nel cristallo della creazione, un graffio che nessuna teodicea riesce a lucidare del tutto. Eppure, proprio lì dove la logica si spezza, nasce la domanda che ci rende umani: non “perché accade?”, ma “come posso restare umano mentre accade?”. Il libero arbitrio è una risposta antica quanto il peccato: un coltello a doppia lama che ferisce sia il carnefice sia la vittima. Ma un bambino malato di leucemia non ha scelto nulla: il suo midollo osseo è un campo di battaglia dove nessuno ha dichiarato guerra. Qui non c’è colpa umana da cui risalire a una libertà...

COERENZA DINAMICA

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Non c’è niente di più comodo che urlare “incoerenza!” dal divano, mentre qualcun altro si prende i lacrimogeni. È il passatempo preferito dei moralisti da social, che scambiano la complessità del reale per un talent show di coerenza. Peccato che il mondo non funzioni a misura di sofista digitale: la solidarietà non è un voto di matrimonio, è un cacciavite. Serve a svitare l’ingiustizia che hai davanti, non a sposare per sempre il set di credenze di chi stai aiutando. Chi pretende il contrario confonde l’etica con il tifo organizzato. Oggi si ferma un pestaggio, domani si contestano le leggi omofobe, dopodomani si torna a discutere di dottrina. La coerenza non è restare immobili sotto una vetrina di principi immacolati: è tenere la barra dritta sui bersagli giusti, nell’ordine giusto. E nell’ordine giusto, viene prima chi sanguina. Sostenere chi subisce violenza non significa firmare un’abiura della propria identità o diventare chierichetto di alcun credo. Significa ricono...

AMOR PROFANO

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  Ah, guardate che scandalo perfetto: due cuori in fiamme scelgono una chiesa per celebrare il loro amore , e subito si scatena l’inferno morale. Il prete impugna la telecamera, la comunità insorge, si parla di profanazione e si preparano riti di riparazione. E allora viene da chiedersi: perché tanta furia? Perché trasformare l’eros in reato quando irrompe dove meno ce lo aspettiamo? La risposta, per quanto scomoda, è semplice: non è l’eros il problema, ma il luogo. E soprattutto, il mancato rispetto per chi quel luogo lo abita quotidianamente con tutt’altre intenzioni. Quella chiesa — che dovrebbe essere, sì, casa di tutti — è innanzitutto la casa di una comunità. Non un museo di marmo, come qualcuno direbbe con disprezzo, ma uno spazio vivo dove le persone portano le loro gioie e i loro lutti, dove battezzano i figli e piangono i morti, dove cercano conforto nelle crepe della vita. Per chi crede, è davvero tempio dello spirito. Per chi non crede, resta comunque uno sp...

CIAO GIORGIO

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Oggi ci ha salutati a novantaquattro anni suonati, lasciandoci con un ghigno amaro e un foglio bianco che sa già di nostalgia. Perché, se c’è una cosa che il vecchio lupo della matita ci ha insegnato, è che la politica italiana è un circo dove i clown indossano completi da mille euro — e lui, con quel tratto obliquo e malizioso, era il direttore d’orchestra che ci faceva ridere mentre il tendone crollava addosso a tutti. Immaginalo: nato a Roma nel ’31, con l’aria di chi ha visto Mussolini cadere e Craxi inciampare nei suoi stessi stivaloni. Invece di piangere, si è messo a disegnare. Nel ’71 vince un concorso al Paese Sera — come una lotteria di vignette — e bum, eccolo lì a immortalare Fanfani come un tappo che schizza via da una bottiglia con un gigantesco “NO” sull’etichetta, dopo il referendum sul divorzio del ’74. Un capolavoro: ridicolizza il nano della DC facendolo rimbalzare come un sughero ubriaco, e noi poveri mortali a ridere mentre l’Italia divorziava sul serio...

MARMITTONI 2.0

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La storia della leva obbligatoria che ogni tanto rispunta come un tormentone estivo è il simbolo perfetto dell’incapacità di pensare, la soluzione magica per chi non ha voglia di affrontare i problemi veri. È il “ai miei tempi sì che si stava righi” trasformato in proposta politica da gente che probabilmente non ha mai visto una caserma neanche in cartolina. Perché sì, niente dice “disciplina” come un Caporale che urla “muoviti coglione” a un coetaneo maggiorenne che fino a ieri studiava al liceo o all'università e che ha già girato e conosce il mondo civile, democratico, non solo i teatri di guerra.  E il paradosso è che chi la leva l’ha fatta davvero se la ricorda come un anno buttato, dodici mesi a grattarsi in attesa della libera uscita, tra furti nei magazzini, soprusi dai "nonni", superiori assenti e un senso generale di tempo perso. Altro che disciplina e senso civico: se ne usciva più cinici, più stanchi e con qualche aneddoto surreale da raccontare da...

DIVIDI ET IMPERA

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La separazione delle carriere dei magistrati è una di quelle idee che sembrano, a prima vista, di buon senso: “chi accusa non può essere anche chi giudica”. Una formula semplice, intuitiva, quasi liberatoria. Peccato che dietro questa apparente evidenza si nasconda un gigantesco equivoco. Perché il problema della giustizia italiana non è la mancanza di confini tra pubblici ministeri e giudici, ma l’incapacità cronica dello Stato di far funzionare la macchina della giustizia. La narrativa della “promiscuità” tra accusa e giudizio è infatti un mito comodo: serve a spostare l’attenzione dal vero disastro – tribunali affollati, norme contorte, organici insufficienti, infrastrutture fatiscenti – verso un terreno ideologico più gestibile. È la classica “soluzione semplice a un problema complesso”, anzi: una soluzione simbolica a un problema reale. Si cita spesso quel famoso 15-20% di magistrati che, nel corso della carriera, passano da un ruolo all’altro. È la prova della promiscu...