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Visualizzazione dei post da gennaio, 2026

TAFAZZISMO DI STATO

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L’idea di una remigrazione volontaria presentata come soluzione elegante a un problema complesso ha qualcosa di profondamente teatrale, nel senso peggiore del termine, perché mette in scena una razionalità di facciata che crolla non appena viene messa in relazione con i dati demografici ed economici dell’Italia. Un Paese che invecchia rapidamente, che registra uno dei tassi di natalità più bassi d’Europa, che perde ogni anno centinaia di migliaia di abitanti per saldo naturale negativo, che fatica a garantire la sostenibilità del proprio sistema pensionistico e che assiste a una progressiva riduzione della popolazione in età lavorativa, dovrebbe teoricamente essere impegnato a trattenere persone, non a incentivare la loro partenza. Eppure il dibattito politico sembra muoversi in direzione opposta, come se la coerenza fosse diventata un optional e non un requisito minimo dell’azione pubblica. Programmi di ritorno volontario assistito esistono da tempo in molti Paesi europei ...

CONTRADDIZIONI

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C’è un fenomeno curioso nel dibattito politico americano sulle armi che, soprattutto nell’universo MAGA, assume contorni quasi affascinanti nella loro assurdità, ed è quella strana forma di coerenza elastica che permette alle stesse persone di sostenere contemporaneamente tesi opposte senza avvertire il minimo disagio. Funziona più o meno così. Quando avviene un mass shooting, scatta immediatamente il riflesso condizionato. Le armi non c’entrano niente. E a quel punto parte l’elenco, ormai rituale, dei veri colpevoli. Videogiochi violenti, Hollywood corrotta, crisi dei valori, famiglie distrutte, solitudine, farmaci, Internet, mancanza di Dio e, naturalmente, il sempreverde deep state. Tutto tranne quell’oggetto di metallo progettato specificamente per lanciare proiettili dentro altri corpi umani. In questo schema l’arma diventa una specie di entità filosofica, neutra, innocente, passiva, come un cucchiaio o un tostapane. Non uccide nessuno. Sono sempre e solo le persone a ...

COPERTINE DI UN LIBRO

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È una delle piccole grandi superstizioni del dibattito pubblico occidentale...è l’idea che una persona davvero povera, per essere credibile, debba presentarsi come un personaggio uscito da un dagherrotipo ottocentesco. Stracci addosso, sguardo perso nel vuoto, mani tese e possibilmente nessun contatto con la modernità. In questo quadro folkloristico, l’eventualità che un migrante affronti un viaggio di mesi o anni portando con sé uno smartphone viene percepita come una clamorosa contraddizione, quasi una prova inconfutabile di benessere occulto. Una tesi che circola con sorprendente disinvoltura nei salotti televisivi, dove l’immigrazione viene spesso discussa con la stessa competenza con cui un oste di provincia potrebbe commentare la meccanica quantistica. La realtà, ovviamente, è molto meno pittoresca e molto più brutale. Nessun migrante dotato di un minimo di buonsenso, cosa che sembrano non avere tanti "odiatori" professionisti o i loro "utili idioti ...

GROENLANDIA

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Durante la Guerra fredda la Groenlandia occupava già una posizione di rilievo nella sicurezza occidentale, sebbene in modo silenzioso e altamente tecnico. La sua collocazione lungo la traiettoria più breve tra Unione Sovietica e Nord America la rendeva un tassello fondamentale del sistema di allerta precoce statunitense e della deterrenza nucleare. In questo quadro, la base di Thule rappresentava il cuore delle infrastrutture radar e missilistiche rivolte verso il fronte artico, un avamposto essenziale nella logica della contrapposizione bipolare. Accanto a questa funzione, l’isola svolgeva un ruolo cruciale nel controllo dello Stretto di Danimarca e del GIUK gap , il corridoio strategico tra Groenlandia, Islanda e Regno Unito attraverso cui i sottomarini sovietici dovevano transitare per raggiungere l’Atlantico settentrionale. In quel contesto, la Groenlandia non era oggetto di contesa politica visibile, ma una piattaforma pienamente integrata nell’architettura difensiva ...

MEMORIA COME POTERE

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La memoria non serve a conservare il passato. Serve a capire il presente. Se il ricordo della Shoah perde il suo significato universale, quel “mai più” di Primo Levi che vale per ogni forma di disumanizzazione, e diventa uno strumento per impedire di parlare, allora non è più memoria. È controllo. La Shoah non è stata ricordata per essere messa sotto vetro, ma per impedirne la ripetizione. Quando viene resa intoccabile, separata da ogni altro dolore, smette di essere una lezione morale e diventa un monumento. Uno Stato non è un popolo. Criticare uno Stato non significa odiare un popolo. Confondere le due cose cancella ogni possibilità di critica e trasforma il dissenso in colpa. Questo non nega che l’antisemitismo esista e vada combattuto. Significa, proprio per questo, che occorre distinguere. Dire che la tragedia di Gaza “non deve oscurare la Shoah” suggerisce che i dolori competano tra loro. Ma il dolore non è una gara. Riconoscere una tragedia presente non cancella una...

LIMBO

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Negli Stati Uniti sta emergendo una preoccupazione che va oltre il dibattito sull’immigrazione. Sempre più spesso persone arrestate durante operazioni federali diventano di fatto invisibili dopo il fermo. Private del telefono, trasferite rapidamente tra strutture diverse, risultano introvabili per giorni. Invisibili ai familiari, agli avvocati, alle organizzazioni umanitarie. Come se fossero finite in una zona grigia dove il tempo si ferma e il diritto resta sospeso. Il problema non è solo l’arresto, ma ciò che accade subito dopo. La mancanza di un sistema pubblico efficace per localizzare chi è in custodia trasforma un atto amministrativo in qualcosa che assomiglia a una sparizione temporanea. Sulla carta i diritti esistono. Nella pratica arrivano spesso quando il danno è già stato fatto. Questo meccanismo non richiede leggi apertamente liberticide. Basta la combinazione di procedure apparentemente neutre. Sequestro dei dispositivi, trasferimenti rapidi, archivi non interc...

AAA COMPRASI STATO

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L’idea che un territorio possa essere venduto come un bene qualsiasi ci appare oggi scandalosa, quasi sacrilega. Eppure, per secoli, la cessione di province, isole o intere popolazioni è stata un atto amministrativo ordinario, privo della carica emotiva che oggi gli attribuiamo. Il motivo non risiede in una presunta barbarie dei nostri antenati, ma nell’assenza di ciò che oggi consideriamo naturale. Una coscienza collettiva nazionale. Fino all’Ottocento inoltrato, la maggior parte delle persone non si percepiva come parte di una “patria”, ma di un orizzonte molto più ristretto: il villaggio, il campanile, il campo da coltivare. Mancavano gli strumenti che rendono possibile l’identità di massa, alfabetizzazione diffusa, stampa popolare, una lingua condivisa, media capaci di sincronizzare emozioni e indignazioni. Senza questa infrastruttura culturale, la nazione restava un concetto astratto, lontano, quasi metafisico. Così, quando un sovrano cedeva un territorio, non tradiva ...

SABOTATORI

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Una parte consistente della classe politica italiana continua a raccontare la scarsa integrazione della popolazione extracomunitaria come una scelta deliberata degli immigrati stessi, una sorta di rifiuto culturale ostinato che li renderebbe impermeabili ai valori e alle regole del Paese che li ospita. È una narrazione semplice, rassicurante e soprattutto comoda, perché sposta interamente la responsabilità dell’insuccesso su chi arriva, assolvendo chi governa da qualsiasi dovere di progettazione e investimento sul lungo periodo. In questo racconto, l’assenza di integrazione non è il risultato di politiche inadeguate, di servizi insufficienti o di un sistema scolastico e sociale poco attrezzato, ma una colpa attribuita agli “altri”, descritti come comunità chiuse, refrattarie e volontariamente separate. La politica si limita così a constatare un fallimento che in realtà ha contribuito a produrre, trasformandolo in prova della propria tesi "se non si integrano, è perché ...

PUNTI DI ROTTURA

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La magistratura italiana assomiglia a una fune robusta. La riforma del 2025 non la recide, non la attacca frontalmente...la annoda. Lo fa in punti strategici, quelli che reggono la trazione. Non è una metafora suggestiva, è una diagnosi del modo in cui il potere agisce quando rinuncia allo scontro diretto e preferisce la riconfigurazione interna. Non distrugge l’istituzione: ne altera la struttura, creando fratture dove prima c’era continuità. Quella fune era intrecciata da un ordito comune. Giudici e pubblici ministeri riuniti sotto un unico CSM, un sistema di autogoverno imperfetto, certo, ma compatto. Proprio per questo capace di opporre una resistenza collettiva agli strattoni della politica. La separazione delle carriere e la nascita di tre organi distinti non cancellano quell’unità, la segmentano. E una fune segmentata è, per definizione, più fragile. Il primo nodo è il sorteggio dei membri togati, presentato come antidoto al correntismo emerso con lo scandalo Palamar...

PAX TRUMPIANA

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Sembra uno scherzo e invece no. Donald Trump ha proposto la creazione di un Board of Peace, un organismo che nelle intenzioni dovrebbe promuovere la pace nel mondo. L’annuncio colpisce non tanto per l’obiettivo dichiarato, che in astratto sarebbe condivisibile, quanto per il contesto politico e per la figura di chi lo formula. Trump ha costruito la propria carriera pubblica su un’idea di potere fondata sul conflitto, sulla pressione e sulla logica del vincitore e del vinto. Inserire la parola pace dentro questo quadro produce una tensione evidente. Secondo quanto dichiarato, il Board avrebbe il compito di coordinare iniziative diplomatiche e strategiche per prevenire e risolvere i conflitti. Tuttavia Trump ha più volte chiarito che la pace, nella sua visione, nasce dalla forza e dalla deterrenza. Non da un equilibrio negoziale, non dal diritto internazionale, ma dalla capacità di imporre condizioni. È una concezione che rovescia l’idea stessa di mediazione e che rischia di ...

IL GRANDE FRATELLO

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Dal 2019 sui computer di tutti i magistrati italiani gira un software che permetterebbe a qualcuno al Ministero di sbirciare cosa fanno. Atti processuali, intercettazioni, indagini riservate. Nessuno ha spiegato davvero ai magistrati di cosa si trattava. È come se il tuo capo ti dicesse che ha messo una telecamera nel tuo ufficio per controllare l’impianto elettrico. Tranquillo. Si chiama SCCM ed è un software Microsoft usato dalle aziende per gestire i computer da remoto. Perfetto per aggiornamenti e problemi tecnici. Ma c’è una piccola differenza tra gestire i PC di chi vende assicurazioni e quelli di chi decide se un politico va in galera o se un provvedimento del governo è costituzionale. Le registrazioni di Report sono inquietanti. Giuseppe Talerico, dirigente, spiega che Palazzo Chigi voleva l’installazione e raccomandava di non spiegare troppo ai magistrati. Quando qualcuno ti dice di fare qualcosa senza spiegare, di solito non è per trasparenza. È il classico segn...

SEPARATI ALLA NASCITA

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In questi giorni il dibattito politico si sta infuocando attorno al referendum sulla riforma della giustizia. Non perché il tema sia oscuro ma perché, come spesso accade in questo Paese, sulla giustizia si preferisce urlare invece di pensare. Basta pronunciare la parola magistratura perché scattino riflessi automatici, buoni contro cattivi, toghe contro politica, come se si stesse parlando di una partita di calcio e non dell'architettura dello Stato. Nel rumore di fondo circolano semplificazioni, mezze verità e omissioni. La discussione si appiattisce su slogan mentre le conseguenze reali delle scelte proposte restano sullo sfondo. Eppure la domanda dovrebbe essere molto concreta. Conviene davvero al cittadino mettere mano alla Costituzione introducendo meccanismi nuovi e mai sperimentati, senza un confronto serio sui loro effetti? Il primo equivoco riguarda la separazione delle carriere. Viene raccontata come una svolta epocale quando nella realtà esiste già. I magistr...

IO VOTO SÌ

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La riformulazione del DDL sugli stupri proposta da Giulia Bongiorno merita una discussione seria, non riflessi automatici né scomuniche preventive. Proprio perché il tema è delicato e strutturale, va difeso con altrettanta chiarezza il principio del consenso libero, esplicito e attuale. Il testo approvato alla Camera nel novembre 2025 introduceva questo principio in modo coerente con la Convenzione di Istanbul e con il modello del “only yes means yes” . Si trattava di un vero cambio di paradigma. Il baricentro veniva spostato dall’uso della forza alla tutela dell’autodeterminazione sessuale, riconoscendo che non tutte le vittime sono in grado di opporsi fisicamente o verbalmente. Paura, shock, dipendenza emotiva o asimmetrie di potere possono paralizzare, rendendo l’opposizione impossibile anche in assenza di violenza esplicita. La riformulazione proposta sostituisce il consenso con il dissenso, valutato attraverso una serie di elementi contestuali [atti a sorpresa, freez...

I NIPOTI DEL CAPITALISMO

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Avete mai notato che nelle storie Disney i genitori sembrano svaniti nel nulla. Nessun padre severo, nessuna madre affettuosa, nessun fratello maggiore pronto a richiamare all’ordine. A reggere il mondo di Paperopoli sono zii eccentrici, cugini scapestrati e, al massimo, una nonna saggia che sforna crostate. La famiglia tradizionale è assente, sostituita da un albero genealogico tutto laterale, una costellazione di parentele affettive priva di radici verticali. Questo dettaglio, apparentemente innocuo e per decenni dato per scontato, colpì nel 1971 due intellettuali cileni, Ariel Dorfman e Armand Mattelart. Ciò che per generazioni di lettori era solo un espediente narrativo divenne ai loro occhi il sintomo di qualcosa di più profondo. I fumetti Disney non erano semplice intrattenimento infantile, ma un veicolo raffinato di ideologia, capace di naturalizzare l’immaginario dell’imperialismo americano. Da questa intuizione nacque " Come leggere Paperino ", un pamphle...

LU PEN

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Planet O è uno di quei cortocircuiti culturali che sembrano concepiti apposta per dimostrare quanto la televisione generalista degli anni Settanta fosse insieme porosa, distratta e irresistibilmente incosciente. Un’epoca in cui il confine tra ciò che era adatto e ciò che non lo era risultava più sfumato non per audacia, ma per una sorta di beata disattenzione collettiva. Ciò che rende la vicenda ancora più gustosa è che Planet O non rappresenta affatto un caso isolato. L’importazione culturale funzionava spesso come uno stratagemma improvvisato. Si prendeva un prodotto straniero, lo si adattava con la stessa cura con cui si sistema un cassetto troppo pieno, e lo si mandava in onda confidando nel fatto che il pubblico avrebbe colto solo la superficie. Il testo era un dettaglio. L’importante era che suonasse bene, che apparisse moderno, che avesse quel profumo automatico di novità che, all’epoca, proveniva immancabilmente dall’estero. Così, mentre Lupin rubava quadri e cuori...

COME RANE NELLA PENTOLA

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Mettiamoci comodi e parliamo di ciò che tutti fingono di non vedere... l’ordine economico che abbiamo dato per scontato per cinquant’anni sta scivolando via. Non crolla, non esplode. Si consuma. Come neve al sole. Nessun boato, solo numeri che cambiano mentre noi guardiamo Netflix e ci chiediamo perché la spesa costa sempre di più. Tutto inizia nell’agosto del 1971, quando Nixon chiude la finestra dell’oro. Da quel momento il dollaro vale perché Washington dice che vale. Fine delle garanzie materiali, resta la fiducia. In cambio, gli Stati Uniti offrono mercati aperti, sicurezza delle rotte commerciali, accesso globale a petrolio, gas, grano e merci varie purché pagate in dollari. Nasce così il “privilegio esorbitante”, la possibilità per gli USA di spendere più di quanto incassano per decenni senza fallire davvero. Guerre, welfare, salvataggi bancari, consumi a credito...il conto non lo paga l’America, lo paga il resto del mondo, che ha bisogno di dollari per commerciare e...

ORWELL XIV

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Personalmente, trovo irresistibilmente ironico nel sentire un’autorità che per secoli ha stabilito quali parole fossero lecite e quali eretiche denunciare oggi, in occasione dell'incontro con il Corpo Diplomatico, il controllo del linguaggio altrui brandendo Orwell come un talismano. Certo il punto sollevato non è sbagliato perché quando le parole vengono scollegate dalla realtà e imposte dall’alto diventano strumenti di potere, ma proprio per questo sarebbe utile applicare il principio in modo coerente e non a geometria variabile. La domanda decisiva resta sempre la stessa chi stabilisce cosa sia il linguaggio che riflette la realtà e cosa invece sia manipolazione ideologica. La storia suggerisce una risposta piuttosto scomoda perché quasi ogni estensione della dignità umana è stata accolta con l’accusa di violentare la lingua naturale. È successo quando si è preteso di chiamare persone coloro che prima venivano nominati come cose, quando le donne hanno chiesto che il ...

PIRAMIDI

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In America hanno deciso di rimettere mano non solo ai piatti, ma all’immaginario collettivo. Kennedy ha scelto il modo più spettacolare, ovvero capovolgere la piramide alimentare trasformando un vecchio poster da aula scolastica in un manifesto politico . Qualcuno potrebbe ironizzare sul fatto che un governo dichiaratamente di destra non potesse che mettere la piramide al contrario, magari per favorire la lettura ai propri elettori. Per capire la portata del gesto basta guardare cosa finisce alla base, in quella zona che da sempre indica ciò che andrebbe mangiato tutti i giorni e in buona quantità. Lì dove prima regnavano cereali integrali e derivati vegetali ora trovano spazio proteine in abbondanza, come carne rossa, latte intero e formaggi grassi, considerati per anni nemici giurati delle arterie . Più in alto vengono invece confinati zuccheri aggiunti, bibite, dolciumi e soprattutto quell’universo di prodotti ultra-processati che ha invaso supermercati e dispense .Il ra...

COLTELLI ELETTORALI

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La morte dello studente diciottenne all’istituto Chiodo di La Spezia è una tragedia che dovrebbe imporre silenzio, rispetto e riflessione. Invece è diventata l’ennesima occasione per fare propaganda. Il copione è sempre lo stesso. Un fatto di sangue, un dolore autentico, e subito dopo la corsa della destra e del Governo a infilare la tragedia nel tritacarne ideologico. Non per capire, non per prevenire, ma per indirizzare la paura dove conviene politicamente. Così, mentre una famiglia piange un figlio e una comunità scolastica resta traumatizzata, da Roma arriva la solita risposta muscolare. Un decreto dal nome roboante e ridicolo, il decreto ANTI MARANZA, che sembra più il titolo di una barzelletta che di un provvedimento serio. Un decreto che suggerisce, senza dirlo apertamente ma facendolo capire benissimo, che il problema siano gli stranieri, i ragazzi di origine immigrata, le periferie multietniche. Una generalizzazione rozza e tossica, buona per i talk show e per i so...

LA RETORICA DEL SUDDITO

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Esiste una retorica insidiosa che riemerge ciclicamente nel dibattito pubblico ogni volta che circolano immagini di abusi da parte delle forze dell’ordine. È composta da frasi apparentemente ragionevoli, presentate come appelli al buon senso. Espressioni come “ Se non avesse resistito… ”, “ Se non avesse avuto niente da nascondere… ”, “ Anche loro, gli agenti, non hanno voglia di fare questi interventi… ”. Sono formule semplici e rassicuranti, ma profondamente ingannevoli. Dietro questa facciata si nasconde un rovesciamento radicale dei principi dello stato di diritto e, soprattutto, una pericolosa rinuncia alla nostra capacità critica. Partiamo dalla prima affermazione, quella secondo cui se una persona non opponesse resistenza non assisteremmo a certe scene. Questo ragionamento presuppone che la vittima sia sempre responsabile della violenza subita e che il suo comportamento giustifichi qualunque reazione. È la stessa logica che per secoli ha colpevolizzato le vittime d...

SPIAZZATI

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[ Prendo spunto da questo intervento di Travaglio sulla provocazione di Bocchino https://youtu.be/cb8mHvMh6QQ ]  Le manifestazioni non sono tutte uguali e non funzionano allo stesso modo, perché il mondo non è una piazza unica ma un intreccio di poteri lontani, asimmetrici e spesso contrapposti. Quando le persone riempiono le strade di Roma o di altre città europee per protestare contro lo sterminio in corso a Gaza, lo fanno sapendo benissimo che Netanyahu non leggerà quei cartelli e non cambierà linea perché qualche migliaio di manifestanti si è radunato sotto il Colosseo. Eppure quelle piazze contano, eccome. Contano perché colpiscono snodi reali di potere. Il nostro governo, l’Unione Europea costretta a rispondere a una pressione interna visibile e persistente, le alleanze militari, le forniture di armi, le prese di posizione diplomatiche. Mettono a nudo il doppio standard di un’Europa capace di varare ventidue pacchetti di sanzioni contro la Russia e nessuno co...